Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#75 - 25/01/2022

Palinsesti, futuro e ipocrisia

Non leggo giornali perché penso che i giornalisti attuali abbiano più o meno la stessa levatura di quelli dei media, salvo poche eccezioni; proprio come i programmi messi in onda in prima serata. E non parliamo di quelli imposti da “studiosi” impreparati perché parziali e graditi a certi politicanti o a certi editori che esprimono vari orientamenti politici: sarebbe semplice far varare i programmi scolastici da semplici insegnanti di Scuola Media inferiore e superiore, i quali dovrebbero fungere da cerniera fra Elementari e Università (Vedi nota 1, in fondo al testo).
Torniamo ai programmi ed ai partecipanti (in particolare ai presentatori dei primi), di tutti i canali. Quasi sempre, dopo aver cenato e sperando di poter trovare qualche notiziario indipendente e qualcuno che lo sapesse leggere (generalmente, a parte alcuni svarioni e improprietà, sono recitati con monotonia estenuante, o con voce piagnucolosa), se mi siedo davanti all’apparecchio TV prima degli orari dei telegiornali dovrei sorbirmi le urla di qualche presentatore/trice di un gioco fasullo che frutta somme assolutamente sproporzionate, e allora “faccio zapping” (così dicono gli Inglesi; ma a me non piacciono i barbarismi), cioè schiaccio il bottone del telecomando inutilmente fino a quando mi ritrovo alla stazione di partenza; purtroppo la lettura del tg è terminata e dovrei ascoltare il rullio di un ritmo esotico afroamericano, di quelli che fanno tambureggiare le orecchie ai sordi, spesso composti da apprendisti artigiani raccomandati per far loro percepire i diritti d’autore, ovvero la monodia di un conduttore troppo serio o di un suo collega serioso che interloquisce con un politico troppo affezionato agli intervistatori per poter assolvere al mandato affidatogli.
Sia ben chiaro che non accendo pressoché mai la televisione nelle ore della giornata né, di sera, dopo le dieci, ora di andare a nanna ed in cui mi pare che si dia giustamente molta importanza ai programmi di prima serata perché è allora che una poltrona accolga, per distrarlo dopo aver svolto varie attività, il maggior numero di pubblico adulto; per questo non posso escludere che vi siano trasmissioni accettabili o addirittura belle e istruttive. Ammetto pure che, a volte, quando scocca l’ora per andare a letto, essa coincide con una lunga presentazione di documentari o films belli o comunque interessanti, malgrado siano interrotti già poco dopo il titolo e la rassegna, oltre che degli attori, della Casa produttrice e del regista, da un’estenuante nenia di tecnici e di tutti gli addetti alle macchine. Purtroppo, cosa più grave, quella nenia spezzerà ogni tanto la pellicola proprio come il ritornello che si alterna alle strofe di una composizione musicale, per cui, se si assommano tutte quelle volte, il “complesso liturgico” risulterà avere una durata più o meno lunga della pellicola stessa. E, adesso che sai come è andata a finire, spegni maledicendo la pubblicità mentre rifletti e ti chiedi perché paghi l’abbonamento alle reti nazionali. Passi per le televisioni private che curano palinsesti seri o anche veramente divertenti e intelligenti o da romanze e canzoni italiane di altri tempi (non quelle degli Indios o del festival celtico-ligure di S. Remo) e da musica classica (come spesso capita di ascoltare al canale cinque e, per la verità ma molto raramente, alle altre trasmittenti nazionali).
Vorrei chiarire che molto di quanto ho scritto è il modestissimo suggerimento di un modestissimo utente che paga regolarmente il canone di abbonamento e nel contempo un’esortazione agli altri abbonati perché facciano altrettanto. Però resta ferma una preghiera alla RAITV affinché una voce autorevole non contribuisca a finire di sbandare una società fin troppo sbandata e piuttosto apra la via per l’educazione ai giovani.
Ora il lettore esclamerà che tutto questo non gli interessa; mi sembra lecito replicare che la premessa è quasi impersonale ed è incentrata su una importante componente educativa, considerato che la famiglia in genere non esiste più (troppi legislatori si preoccupano di sostituire la mamma con il pederasta), la scuola è terribilmente scossa da mine, depositate attorno al 1960 sotto la struttura, che scoppiano periodicamente come certi fuochi pirotecnici con rombi sempre più potenti. Ciò malgrado le aule ospitano ancora scolaretti disorientati per aver dovuto rinunciare ai banchi a rotelle ed alunni di scuola media beati per poter usufruire dei bagni delle classi miste.

Ormai imperversa il destino che si era impersonato in un mostro nebuloso, misterioso, il quale aveva redatto un piano studiato accuratamente che successivamente venne eseguito in modo raffinato e puntiglioso. L’inizio era previsto nel dopoguerra. Esercitavo le mansioni di impiegato amministrativo a Chieti e dopo pochi anni, quando ero stato trasferito a Roma ove esercitai le stesse funzioni, i Sindacati si erano già intromessi nell’ingranaggio burocratico. Ne toccai con mano l’alloro del trionfo: avevano ficcato in posti di rilievo e senza concorso o con concorsi burla in tutti gli uffici individui raccomandati e in genere assolutamente impreparati ma consapevoli solo di essere protetti dai compari arrivati. Era stata seminata la farragine burocratica su cui oggi i nipoti di lorsignori scaricano tutte le responsabilità loro e dei loro avi.

Note
(1) Faccio riferimento alla Scuola com’era prima del 1960.

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