Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#56 - 07/09/2021

Terremoti e Sant'Amico a Valle Casale

I terremoti che hanno colpito l’Italia centromeridionale fino all’XI secolo non sono stati registrati (a parte quelli tramandati da autori classici in tutte le parti del mondo), pure se molti studiosi ritengono che essi, come tutte le calamità, si possano identificare nei prodigi descritti dai monaci (che li spiegavano con castighi di Dio) o da semplici cronisti o non avevano alcuna spiegazione se non nella coincidenza con conflitti. Eppure i fenomeni tellurici furono numerosi e si verificavano con una cadenza quasi costante: dal secolo undicesimo se ne sono calcolati quasi 350, nella misura di uno ogni undici anni.
Il 3 dicembre 1315 nella Valle dell’Aterno e, pare, con epicentro nel Sulmonese subimmo un forte terremoto, così forte da farsi tramandare nelle Cronache dell’aquilano Buccio di Ranallo:
Foro le terremuta,
dallo mese de decembro
le quali v’ò contati,
ad li tre giorni intrati.

Lo sciame continuò per un mese e il sisma si ripeté per mesi fino ed oltre il 1316, per cui gli abitanti dei centri colpiti restarono in baracche e grotte. Nel 1349 ne seguì un altro con epicentro Velino-Sirente. Ma da allora i sismi sono catalogati e vengono chiamati con il loro nome. Se si torna ai secoli precedenti, quando in genere sapevano leggere e scrivere solo i monaci, quelli venivano spiegati con prodigi o eventi eccezionali. E allora vedevi trasudare gocce dall’altare mentre i monaci pregavano, vedevi apparire due soli in cielo e per i sussulti del terreno bevevi acqua dolce nel mare e “far sonare le campane di Benevento e seppellire Ronsa” ecc. Nel 1095, il Pontefice Urbano II, durante un Concilio francese, indisse la prima crociata; la quale fu preceduta da un evento eccezionale: dalle otto del mattino fino al crepuscolo furono viste cadere dal cielo verso la plaga occidentale, in ogni parte della terra, innumerevoli stelle… onde non c’è nessuno che possa dubitare che ciò avvenne per volere del cielo, per una disposizione divina….: deus lovolt. Paolo Diacono, l’autore, specificò che l’evento anormale era stato contemporaneo ad un grandissimo terremoto. però causato da un monito del Cielo. La stessa cosa aveva affermato Leone Ostiense in altra circostanza: durante i lavori di scavo abbiamo subito tanta frequenza di terremoti che in un sol giorno abbiamo avuto 17 scosse… E in molti abbiamo pensato che ciò sia avvenuto non per cause naturali, ma per la necessaria violazione di moltissime sepolture. Simili credenze si trascinarono per secoli, pure in periodi successivi all’undicesimo secolo.
Ma è tempo che mi soffermi sulla chiesetta rurale di Sant’Amico; fu sempre tale? Anche prima del cataclisma? Comunque qui la si ricorda in campagna. Settant’anni fa (e anche meno) i Cocullesi parlavano di ruderi di una chiesetta rurale nella campagna cocullese, precisamente nel Vallone Chiocchio, in una zona compresa fra quel vallone ed un’altra località chiamata Fonticelle, vicino al Vreccione, a mezza costa di fronte ai Casali, su cui, verso il duecento (e fino a qualche secolo fa) sorgeva un nucleo abitato (v. relazione del Vescovo Silanis). Infatti gli “antici” avevano una vaga memoria di una catastrofe che in tempo immemorabile si sarebbe abbattuta sulla parte meridionale del territoro di Cocullo (più o meno all’altezza dei Casali). I più citano esplicitamente la mitica Trianella, quindi il Casale, che forse invece, essendo la parte più importante della straboniana pòlis e non fortificata, fu devastato da Cesare nella Guerra Sociale). Insomma è certo che qualcosa è avvenuto, dato che su questo sono tutti d’accordo; però non sulla natura della catastrofe: chi parla di enorme frana, chi di terremoto devastante, chi di peste, chi di alluvione. Le frane sono determinate dal moto terrestre: figuriamoci se non dai forti sismi, seguiti quasi sempre da pestilenze e carestie. Press’a poco le stesse conseguenze hanno le guerre di aggressione. Qui mi affido all’intuito. I profughi si rifugiarono sulle falde della montagna opposta, a mezza costa, dove io e mia sorella cinquant’anni fa incontrammo una grossa cisterna accanto a due grosse vasche monolitiche ove pestare l’uva (“peluòzz’”). Fra i fuggitivi ci fu qualche monaco della grangia casalana di San Giovanni in Campo (allora era dedicata a San Giovanni, detto Marco – Atti degli Apostoli) e il religioso portò con sé le reliquie di San Domenico (che nel 1025 aveva fondato il monastero di San Pietro Avellana, in cui nel 996 morì il confratello benedettino Sant’Amico). Pian piano la valle fiorì demograficamente e vi sorse qualche casa, ma fatalmente alla catastrofe lentamente seguirono carestia e pestilenze. Tuttavia alcuni ceppi non si estinsero. Venne il tempo dell’incastellamento, i poveracci cercarono protezione dal castellano, il quale abitava in una grande fortezza a nord della valle, e diventarono servi del signore (a Cocullo settant’anni fa ancora funzionava il “forno delli schiavi”). Ma non i monaci, i quali furono trattati dal signore da pari a pari perché in quel tempo anche i potentati, a volte magari per politica, veneravano tutto quel che parlava di religione cattolica; fra l’altro un Cocullese, amico dei Templari franco-angioini e forse Templare lui stesso, era stato eletto abate a Santo Spirito (attuale Badia di Sulmona) e probabilmente fu costui che fece erigere la chiesa della Madonna delle Grazie sulle fondamenta della recente chiesa di Sant’Amico, ove cominciarono ad affluire i devoti di San Domenico.

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