Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#50 - 27/07/2021

Il Castello di Cocullo
1a Puntata: Piccolomini

A Cocullo, compreso nel feudo di Celano, c’era un castello abbandonato. Una targa, apposta su un muro di esso, compare la data del restauro e da chi fu voluto: “Piccolomini, 1585”. Del castello restano la torre, numerose tracce e reperti, oltre a molti pergamene e manoscritti, memorie e leggende. Forse era normanno; ma la prima testimonianza di feudatari la offre l’arma gentilizia dei Berardi, a cui successero i Piccolomini (Vedi nota 1, in fondo al testo).
Mi occuperò brevemente della seconda signoria perché il restauro fu eseguito da questa, più precisamente, al tempo in cui entreranno in ballo l’estinzione della linea di Celano, alla cui signoria apparteneva il nostro paese, la vendita ai Peretti e la cappella gentilizia. Questa era ubicata a nord-ovest del maniero; poi divenne chiesa e parrocchiale di San Nicola: qui s’intrecciano le storie dell’ultima contessa, del castello e della chiesa. Pio II (Papa Piccolomini) aveva assegnato al nipote Antonio molti feudi. Ottenne la conferma formale di re Ferrante, per la contea di Celano, qualche anno dopo il matrimonio contratto fra figlia e Antonio (forse 1461). Il futuro re aveva apprezzato il valore del Senese nella guerra contro gli Angioini (per cui gli aveva dato in sposa Maria d’Aragona, il cognome della quale avrebbe aggiunto al suo) nello stesso anno del matrimonio (1461) gli aveva dato il Ducato di Amalfi con altri feudi. Sconfitti definitivamente gli Angioini (Francesi) a Troia di Puglia, Antonio ebbe altri possedimenti fra cui la baronia di Scafati (1465). Ormai Ferrante d’Aragona (Spagnolo) era subentrato agli Angioini nel Regno di Napoli. Pio II aveva fondato la “consorteria dei Piccolomini”, consistente in un’associazione parentale mirata ad unificare, mediante l’effettuazione di matrimoni fra persone dei i vari rami della famiglia, per non disperdere il ceppo originario. Proprio questa idea sarà fatale a Costanza (1553-610), ultima discendente della lìnea principale dei Piccolomini di Celano (2). La sfortunata contessa nel 1572, non ancora ventenne, era stata costretta dalla famiglia (meno la madre) a sposare lo sciagurato cugino lontano Alessandro Piccolomini-Deliceto portando in dote un vitalizio di 2400 ducati annui; costui poi la ripudiò assumendo che lei era sterile e poi, grazie all’abiura, ottenne la separazione e il titolo feudale (ma non i beni) della ex moglie. Costanza trovò conforto e ospitalità presso gli zii Giovanni, barone di Scafati e fratello del padre Innico, e Maria d’Avalos D’Aquino d’Aragona, moglie di Giovanni e poetessa (nonché parente stretta della dotta Maria d’Avalos del famoso circolo di Vittoria Colonna). Giovanni aveva un figlio di nome Alfonso, erede del titolo paterno. Da questo momento, non possiedo documenti sulle successive vicende “sentimentali” (così hanno scritto alcuni) della contessa: bisogna ricorrere alla logica e ad un pizzico di fantasia, senza sottovalutare gli intrighi di quel tempo. Qualcuno ha insinuato un’eventuale unione temporanea con il cugino Alfonso, ma io non condivido, tenendo presente che costui era impegnato negli approcci matrimoniali (allora molto laboriosi) con Lucrezia Carafa e che Costanza era molto pia; un indizio molto valido a sostegno di questa tesi è dato dalla promessa di scioglimento del matrimonio contratto con Alessandro, chiesto da Costanza e fattale dal card..Giacomo Savelli (l’annullamento seguirà cinque o dieci anni dopo) e dalla cessione, fatta nel 1582, della contea di Celano allo zio Giovanni (padre di Alfonso) per far continuare la dinastia, malgrado che dopo la morte del padre avesse contestato il titolo della Baronia di Scafati.. Tutto è possibile, ma io scarto l’idea che si possa parlare di passioncella fra cugini quando ci sono di mezzo le disgrazie, la saggezza ed il senso religioso di lei, legata ad un’antica tradizione risalente ai primi Conti dei Marsi (3): al massimo si parli di simpatia o di sfortuna! Io ritengo che, essendo Antonio (il capostipite della linea celanese) anche barone di Scafati da quando aveva vinto in battaglia, per Ferrante e definitivamente, a Troia (Puglia) i Francesi, ed avendo Alfonso II escluso il primogenito Giovanni, fratello del secondogenito e padre di Costanza Inigo, dalla successione della linea diretta, avendo la contessa reclamato, dopo la morte del padre (1566) la titolarità della baronia di Scafati (ebbe ragione dal re Filippo II); quindi ritengo che finisca qui la fantomatica e misteriosa vicenda sentimentale con l’Alfonso cugino, il quale tre anni dopo (1588) avrebbe sposato Lucrezia Carafa, figlia di Ottavio, e che cominci qui l’avventura di con un altro Alfonso (1550-591), parente più lontano sia del marito che del cugino (linea del figlio più piccolo di Antonio).
Questo Alfonso era un fuorilegge, ed ospitava nel suo maniero (Montemarciano, di cui era duca) banditi e assassini: è naturale che fosse prepotente; inoltre, quando era ancora incensurato, aveva diritto ad una parte del palazzo di Via dei Papi appartenuto a Pio II e che Costanza, evidentemente sapendo che il Piccolomini della linea cadetta di Montemarciano era stato privato di tutti i beni per la sua vita perduta, avrebbe donato (4) ai Teatini il palazzo romano di Pio II per costruirvi la Chiesa di Sant’Andrea della Valle. Il gentiluomo-gaglioffo scorrazzò nelle campagne dell’Italia centrale e capitò anche da queste parti. S’era dato alla campagna dopo che il Granduca di Firenze lo aveva cacciato dalla sua corte. Era fuorilegge e quindi prepotente: ipotizzo che abbia ricattato Costanza, magari con il pretesto della porzione (non più sua) del palazzo, facendole ospitare (ammesso che lei non sia fuggita) la banda di Marco Sciarra (5), con cui ebbe a combattere (6).
Nel 1591 Alfonso Piccolomini di Scafati e la cugina Costanza cedettero la titolarità e la proprietà della contea di Celano a Camilla Peretti, nata a Grottammare e sorella di Sisto V (frate Felice Peretti di Montalto), la quale fu poi aiutata a pagare il grosso da un nipote cardinale (Alessandro Montalto) e per questo successivamente la contea fu amministrata da famiglie vicine al Sacro Collegio.
Infine nel 1596 la sfortunata Costanza, dopo aver donato quasi tutto il patrimonio della madre ad enti religiosi, si fece suora nel monastero di Santa Maria della Sapienza (Clarisse). La linea di Antonio Piccolomini d’Aragona continuò bene o male con lo zio Giovanni, fratello di Iñigo e barone di Scafati nonché signore di Boscoreale. Meno male che costei aveva ceduto la contea allo zio contestando al casato di quest’ultimo la titolarità della baronia di Scafati, altrimenti avrebbe perso tutti i feudi, considerato che aveva dovuto lasciare il ducato all’ex marito Alessandro dopo l’abiura e che pure costui perse a causa delle condanne.
Dopo un’interruzione di vari lustri, Ottavio Piccolomini d’Aragona della linea di Sticciano (linea iniziata dal capostipite Andrea Piccolomini, fratello di Antonio P. e terminata con Silvia, madre di Costanza), della stessa famiglia e dopo aver vinto una battaglia sui Francesi, nel 1639 riottenne, a 29 anni dalla morte dell’ultima discendete diretta di Antonio, il titolo di Duca d’Amalfi dal re di Spagna Filippo III (proprietario del Regno di Napoli), padre del Filippo II il quale aveva riconosciuto la titolarità della baronia di Scafati a Costanza.

Note
(1) Nel 1423, volendo ingraziarsi Luigi III d’Angiò, e vedendosi minacciati da Braccio da Montone, gli Aquilani inviarono uno scritto all’Angioino in cui lo riconoscevano re ed in cui fra l’altro si leggeva: «Si degni il Re comandare la restituzione a Marano di Antonio di Cocullo Cittadino dell’Aquila di un certo Feudo, posseduto dagli Antenati, e dal padre di esso nel Castello di Cucullo del Contado di Celano, posto tolto a lui dal Conte di Celano a cagione della fedeltà serbata ad esso Re». Ri¬sposta (di Luigi): «Si faccia come si cerca» (da «Le memorie istoriche delle tre provincie degli Abruzzi» di A. L. Antinòri). Questo fantomatico Marano doveva pur possedere una dimora adeguata al suo ceto: ristrutturò il maniero dei Berardi-Ruggeri? O lo costruì addirittura lui? La data è sospetta, poiché coincide press’a poco con il periodo di transizione fra Ruggeri e i Piccolomini. In ogni modo fui un titolato, l’antico «Miles», che da guerriero, romano o barbaro che fosse, era divenuto prima soldato di Cristo, per trasformarsi poi, con la nuova concezione, alla metà del XIII seco¬lo, in cavaliere. Questo termine era già preferito, nel IX secolo, a vassus e poi, nella prima metà del Mille, assorbì nobilis. «Miles» fu, specialmente fra l’XI e gli inizi del XII secolo, il cavaliere di professione, ricco guerriero relegato al di sotto della nobiltà del sangue, nobiltà che invece possedeva il cavaliere feudale (magari gli era rimasta solo quella ...). In ogni caso il miles, in qualunque categoria rientrasse, appartenne ad una classe di un certo rilievo articolata su una scala gerarchica che raggiungeva, spesso, la dimensione de¬gli intrighi e delle prepotenze. In una prossima puntata metterò in relazione questa richiesta ed il contenuto della pergamena (conservata nell’archivio del locale Municipio e diretta esclusivamente ai Cocullesi) emanata nel 1420 da dal conte Pietro di Celano.
(2) Quella di Antonio.
(3) In quel tempo le donazioni «garantite» da anatemi e fatte per la remissione dei peccati non erano infrequenti. L’11-9-1112, ad esempio, due cittadini di Trevi, Landolfo e suo figlio Alberto, nel donare una proprietà alla SS.ma Trinità giurarono d’esser fedeli per sempre alla donazione e in caso contrario invocarono la maledizione di Dio e della Madonna («Vallepietra», Caraffa, Lateranum 1969). Tuttavia le prime fondazioni «pro remedio animae» risalgono ai primi capi longobardi d’Italia ed hanno un fine politico-¬sociale poiché i notabili erano ancora ariani. Furono le loro donne a convertirli, almeno in parte, perché, specie più tardi, i feudatari più lungimiranti, simpatizzando per il Potere più solido, cioè la Chiesa, diverranno guelfi: Pietro di Raniero, duca di Sora, eresse un monastero per le suore, persuaso dalla moglie Doda, la figlia di Odorisio dei Marsi
(4) M. Armellini: Nell’area di questo magnifico tempio esisteva un’antica chiesa in onore di San Sebastiano, la quale per essere lungo la via papale diceasi de via papae. Costanza Piccolomini, duchessa d’Amalfi, ivi possedea un palazzo che donò ai Teatini l’anno 1590 perché vi stabilissero la loro casa ed edificassero questa chiesa in onore di S. Andrea. Nel 1591 il card. Alfonso Gesualdo dié principio alla costruzione della medesima: la fabbrica fu proseguita dal card. Alessandro Peretti Montalto, nipote di Sisto V e quindi di donna Camilla, la quale nel 1592 costituì un censo a favore del prelato, che la aveva aiutata a pagare il prezzo del feudo . Il prelato incaricò Carlo Maderno di preparare i disegni. Il porporato sborsò l’ingente somma di centosessantamila scudi d’oro. L’abate, poi cardinale, Francesco Peretti, nipote di Alessandro, terminò l’opera e consacrò la chiesa il 4 settembre 1650. (“Le Chiese di Roma”, Ediz. del Pasquino, 1982 -anast. della seconda edizione del 1891, pagg. 454-5).
Da notare che il card. Francesco Peretti terminò la chiesa nello stesso anno in cui fu impiccato Alfono Todeschini (1591) e che quella ospita la cappella e l’altare di S. Andrea Avellino, di cui si dovrebbe custodire (c’era nel 1983) una reliquia nella Parrocchiale cocullese.
(5) In un locale del castello, ormai irriconoscibile perché, dopo l’abolizione del feudalesimo, le stanze furono adibite a case d’abitazione e stalle, sono stati rinvenuti mucchi di palle di pietra da cannone.
(6) La mia versione della vicenda di Costanza non è Vangelo: io mi sto occupando del castello di Cocullo.

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