Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#47 - 06/07/2021
I quattro dell'Apocalisse

I quattro dell'Apocalisse

Non si tratta di un film: lo potrebbe far pensare qualche descrizione metaforica della trama; invece è il titolo di una favola triste che Satana muterà in tregenda coinvolgendo purtroppo Cocullo.
La favola comincia in un giorno qualunque e in un paesello qualunque che stava per andare a nanna con il sole. Il disco d’oro, ormai stanco per la consueta e lunga passeggiata nella volta celeste da Pietrafitta alla Selva e nonostante che di tanto in tanto si nascondesse per riposare dietro a qualche nuvola sparsa, si accingeva ad immergersi nella frescura degli alberi. Pian piano l’oscurità avvolse le case, poi scesero le tenebre: spiccavano solamente le sagome del campanile e della cupola della chiesa di San Domenico illuminate dalle grosse lampade della luce artificiale, la quale divenne fioca, poi livida. Quindi i dormienti furono scossi da un forte boato, simile all’eco della deflagrazione di un’enorme bomba, poi il suolo si mise a ballare con gli edifici: quel ballo era così innaturale che qualche comignolo si affacciò incuriosito dal tetto: il terremoto! Per fortuna gli abitanti salvarono la pelle e corsero a cercar di smaltire la paura sotto le tende; purtroppo diverse strutture abitative e non furono danneggiate e, più di tutte, pure la chiesa Patronale. L’asse del campanile del Santuario non era più in equilibrio, la cupola presentava pericolose e larghe crepe a croce. Un miracolo del nostro Protettore provvide ad ingabbiare la più grossa chiesa del paese in attesa del restauro, di cui, dopo dodici anni, dal disastro si attende ancora che parta l’appalto per l’inizio dei lavori! E’ proprio una favola più che triste, di quelle che snocciola Satana. Ma costui, alla fine del millennio e dopo l’ultima sconfitta, non doveva essere affogato in una palude?

Io mi sono trovato negli ingranaggi della burocrazia quando questa era al tramonto ma veniva ancora definita “la spina dorsale” dell’organizzazione statuale; tuttavia già se ne avvertiva la pesantezza della “tarda senectus”: le interferenze politiche si moltiplicavano per il semplicissimo motivo che ogni consultazione elettorale era accompagnata dall’immissione di nuovi “raccomandati”, i quali, se per caso erano preparati, erano comunque svogliati perché consapevoli della protezione del politico e incuranti di eventuali ricatti scaturiti dalle manovre – anche se non motivate da interessi personali ma mirate al raggiungimento di determinati fini politici o partitocratici -. Molti di coloro che, come me, dopo aver superato regolari concorsi, erano entrati nell’Amministrazione statale a cui poi avevano prestato giuramento, dopo lo sfaldamento non si sentirono più protetti dalla disciplina gerarchica e qualche volta furono costretti a subire gli intrallazzi dei “colleghi” o dei “superiori” raccomandati (quando non riuscirono a chiudere gli occhi, previo, in tal caso, il blocco della carriera): si disamorarono e nella farragine che si era creata persero la bussola. In una parola divennero inerti e svogliati a loro volta. Nella mia Amministrazione l’istituto del “distacco sindacale” aggravò notevolmente la situazione per il pubblico erario, che era costretto a pagare due stipendi alla stessa persona, e per gli uffici amministrativi, che troppo spesso erano ostacolati da intralci di intrusi. Io mi dimisi subendo volontariamente la penalizzazione sulla pensione di una certa quota per ogni anno mancante al raggiungimento dell’anzianità stabilita per il collocamento a riposo: tutto questo era previsto da una legge allora in vigore.
Lo Stato ancora c’è, ma ormai si regge con le stampelle e funziona con il busto perché i dischi della spina si sono sovrapposti.
Rendendomi interprete dei Cocullesi, pure di quelli canterini infervorati al canto dell’Inno di San Domenico, mi permetto di porre alcune domande: se l’annosa pratica (ha richiesto non un solo progetto, altrettanti stanziamenti e perfino un saggio preliminare) è completa, a quale diavolo di demiurgo spetta dare il “via” se esiste il benestare delle autorità competenti? Quel fascicolo è divenuto talmente voluminoso che ora è difficile mandare a memoria tutti i documenti in esso contenuti? Qualche …”illuminato illumunista” (in realtà codino, se gli piacciono i termini dispregiativi) ipotizzo che giunga a conclusioni in apparenza pratiche, coniugate ad un’altra conclusione gretta: si chiama in causa l’attuale situazione demografica (ma nel 2009 non era più nutrita?), per dimostrare l’inutilità di restaurare il Santuario, visto che ora è più centrale (e più vicina alle abitazioni “palazziate”) l’altra chiesetta: ma, di grazia, questo discorso regge in un paesino che conta qualche centinaio di abitanti, numero di poco superiore agli sparsi pellegrini forestieri che continuano a venire per visitare la chiesa di San Domenico? Che è il titolare del Santuario? Che Qualcuno ripetuto autorevolmente costituire “Cocullo-San Domenico” un binomio inscindibile? E che ha reso il paese famoso nel mondo?
Ma, e se il Principe degli Inferi fosse stato affogato nello stagno cocullese (quando piove a dirotto l’acqua copre, sia pure per poco, le immondizie offrendo poi al cielo rasserenato metaforici girini e rane annaspanti) con la sua corte, e il demiurgo sapesse tutto quello che gli serve per avere le attenuanti? A questo punto, visto che c’è di mezzo il diavolo, le puoi pensare tutte.

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