Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#46 - 30/06/2021

I serpari alla festa di San Domenico
(date a Cesare quel ch'è di Cesare)

Chiudo questa breve storia sulla tradizione religiosa folkloristica di Cocullo con l’attuale Patrono del paese, il quale la comprende in ambo le sfaccettature, dopo gli aggiustamenti al folclore dovuti al decoro della Chiesa.
A scanso di equivoci anticipo che la figura del serparo è indispensabile alla conservazione del colore profano. Si può ben affermare che la componente folcloristica della famosa festa è impersonata dal serparo (la cui immagine da troppi anni si sta appannando sempre più e sarà cancellata se non sarà sorretta dalla componente religiosa): Edia Fura sono, nato di Forco che serviva il Santuario prima di me. E prima di lui c’era Carpesso, della nostra progenie, che forniva la cisterna santa. E nel territorio di Luco e in tutto il popolo dei Marsi non v’è nòvero delle geniture di nostro ceppo ch’ebber la virtù. E si nasce col ferro della mula di Foligno segnato su i due polsi: e la genìa serpigna ricon osce la nostra padronanza; e siamo immuni. E non so da quant’anni è nella casa questo flauto d’osso di cervo, per l’incanto, ritrovato chi sa da quale de’ miei vecchi in uno dei sepolcri che stanno sulla via di Trasacco; ché il nostro ceppo è antico da quanto quello dei baroni…… O Edia, quando porti le serpi al Santuario, scendi per la Pezzana e pel Casale fino ad Anversa, e là dimanda e vedi. E la di smemorata mi saluti…… Nulla Edia vuole, Non dimanda sorso d’acqua il serparo. Né bocconi di pane. Non fa sosta alle soglie. Passa. E’ frate del vento. Poco parla. Sa il fiato suo tenere. Piomba. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccol segno gli basta. Perché triemi il filo d’erba capisce. Segue la genìa che , senza orme lasciare, fuggesi. Tutto ch’altri non ode, e quello egli ode non con l’orecchio, sì con uno spirito ch’è dentro lui. Modula un modo solo sul flauto suo d’osso di cervo; ma niuno sa quel modo; lo sa lui e lo seppero i suoi morti. E dessa è la virtù, e dessa è l’arte. E d’altro non gli cale più della pelle che getta la biscia.
E’ il modello del serparo nell’ambiente confessionale portato dai Borbone; ma i personaggi (licenza poetica) respirano l’atmosfera di quattro secoli prima; forse D’Annunzio dal terrazzo di Don Loreto vide il panorama a sud e rimase suggestionato dalle orride Gole del Sagittario mentre l’Arciprete gli diceva che lì sorgeva il vecchio castello dei Sangro e gli accennava ad una strana leggenda:
… quin et Marruvia venit de gente sacerdos,fronte super galeam et felici comptus oliva,
Archippi regis missu fortissimus Umbro,/qui vipereo generi et graviter spirantibus hydris
spargere qui somnos cantuque manuque solebat/mulcebatque iras et morsus arte levabat.
…venne anche dalla gente marruvina (Vedi nota 1, in fondo al testo) un sacerdote, circonfuso di un ramo di ulivo portafortuna (2), inviato dal re Archippe, il coraggiosissimo Umbrone, il quale soleva (ogni) specie di vipere nonché i serpi soffianti fortemente, (ne) placava le ire e (ne) riparava (guariva dai) morsi con abilità.

Ma pure la “gens marrubia” era stata originata da popoli orientali. La Frigia? Da quelle terre era sgattaiolato Asclepio, il dio idolatrato dai manipolatori di pasticci curativi, allorché si era mutato in serpe. Tutti coloro che si sono occupati della componente folcloristica della Festa fanno risalire la tradizione ancestrale ad Angizia, chiamata in diverso modo dai Marsi e dai Peligni: Angitia e Anaceta, ambedue corruzioni idiomatiche del latino “anguis” = serpe.
oggetto: invio di bozza in disegno dello stemma com.le al Prefetto da parte del Sindaco Giuseppe Gentile: il sottoscritto si pregia di trasmettere a V. S. ill.ma l’annessa richiesta bozza dello antico stemma di questo Comune. È una piccola colonna scanalata, in cui sono avvolti dei serpi, e a pié della quale vi è una pianta di ginestra. La spiegazione di tali simboli si è;
la colonna come termine Cocullo degli antichi Marsi, esendo l’ultimo paese che divide i Marsi dai Peligni, paese antichissimo di cui parla Strabone.
La ginestra come pianta con la quale gli antichi romani intessevano le corone al dio Termine.
Il serpe poi allude a quella antica favola della maga marsicana Angizia, incantatrice di serpenti, favola convertita oggi in verità di fatto mediante il santo che vi ha in Cocullo
(Archivio di Stato, L’Aquila (Busta578a-nota 2.6.876) e Archivio del Comune di Cocullo.
La suggestione dell’”ascendenza marsa” (la quale secondo me prosegue all’indietro oltre Angizia), che segue esclusivamente la tradizione profana, sembra aver fatto mettere in secondo piano la componente religiosa a molti curiosi, i quali si sono soffermati abbondantemente sul tocco folcloristico. Il più antico giornale straniero di cui io sia a conoscenza ne offre un esempio. Dalla lettura traspare l’influenza dannunziana (dallo svolgimento del dramma, in cui personaggi moderni sono collocati in un momento storico diverso, si arguisce altrettanto chiaramente un vago orientamento verso quella che poi sarà definita l’ascendenza marsa): infatti solo qualche anno dopo della pubblicazione del quotidiano sarà rappresentato il famoso dramma “La fiaccola sotto il moggio”, ma il Poeta già conosceva questo angolo dell’Abruzzo montano. Ma l’indizio più pesante lo offre Michetti: era costui il fondatore del famoso “Cenacolo degli artisti abruzzesi” comprendente i vari D’Annunzio, Tosti, Barbella, Serao ecc. Pare che la prima volta il Poeta era venuto in Abruzzo con Barbella e De Nino (il quale, essendo pratolano con interessi a Sulmona, probabilmente aveva parlato agli amici del rituale cocullese): il Polacco affermò che la fama di quel rituale era dovuta ad un dipinto del pittore francavillese, ma non parla, ovviamente, della celebre tela “I serpi”.
Naturalmente tutti coloro che si sono occupati della nostra Festa prima degli anni 1940, e che della componente coloristica trovano le radici nelle nenie e negli incantesimi di Angizia, quelli hanno diritto alle attenuanti, considerato che da queste parti allora la memoria di Eracle/Ercole era sopita, e solo nei primi anni ’40 fu scoperto nelle vicina Sulmona il monumentale tempio del semidio pagano (ma anche la stipe fotografata attorno al 1970 con i raggi infrarossi dall’archeologo belga Van Wonterghem sul territorio cocullese, precisamente fra “Cortina”e”Triàn’”). Comunque la breve notizia di cronaca è molto importante, certificando essa che la Festa cocullese era nota nel mondo slavo. Il serparo che fa l’omaggio in onore a San Domenico conferma innanzitutto che prima del ‘900 i rettili strisciavano in chiesa, nella “cisterna santa”, e che la dignità e il devoto affetto verso il Patrono non gli permettono di accettar denaro (3); non solo: l’offerta denuncia un’ingenua devozione, la devozione non solo di Edia: pochi anni fa morì un non più giovane serparo casalano, non bigotto, il quale il giorno prima, feriale, era stato visto aggirarsi intorno alla statua del Patrono; pochissimi anni fa scomparve anche un mio amico. Neppure lui era vecchio. Un giorno, mentre lui si apprestava a rimettere in libertà un bel cervone, più lungo della sua altezza, gli chiesi perché non portasse più i serpi al Santo, replicò che al vero serparo ripugna essere pagato…
A questo punto ritengo, da vecchio cocullese. di dover ribadire una mia convinzione. Molti anni fa definii la nostra Festa “un gioiello di folklore religioso” e tale era apparso ad illustri storici come Picasso. Orbene la definizione si compone di due termini: la religione e il folclore. Non vi pare che si stia esagerando sull’aspetto ofidico, su cui era incentrato il trafiletto del 1897? Mi riferisco però qui a tutti i curiosi che sono suggestionati dalla forte tinta coloristica e si soffermano sul folclore dei rettili (e poi scrivono intitolando “la processione dei serpi”) e parlano di San Domenico solo perché le bestie passeggiano sulla statua. No! E’ bene esortare tutti quelli nati in questo paese, soprattutto gli appartenenti alla generazione di mezzo, i quali hanno avuto la sfortuna di essere nati nei periodi tormentati e confusi della guerra e del dopoguerra, a riflettere sulla santità del Patrono, in modo che possano spiegare ai loro figli nonché agli studiosi che li interrogano chi è San Domenico, quel monaco il quale era uscìto dal Monastero di Montecassino non solo per costruire chiese e conventi dove esaltare la luce del Cattolicesimo, ma per riportare sulla giusta via, in uno dei momenti più travagliati per la Chiesa, i colleghi ed i chierici prevaricatori, i quali per questo lo perseguitavano: verosimilmente nella metafora delle fave gli armati che lo inseguivano per ucciderlo erano i chierici corrotti. E’ un fatto che nelle cripte di qualche basilica il nostro Santo è raffigurato in affreschi comprendenti i primi e grandi riformatori benedettini.
L’altra componente: il serparo; non la serpe. Se nella tradizione più profana il serparo soleva addormentare (che in definitiva significava dominava la bestia) addormentare con il canto e con il tocco della mano, vuol dire che egli aveva un potere sull’animale. Orbene, San Domenico ha un potere spirituale, il dominio, e, impersonando sotto altra luce uno staffettista della tradizione serpara, gli conferisce un’aureola di sacertà, lo rende circonfuso.

Note
(1) Da Marruvio, oggi San Benedetto dei Marsi.
(2) Accusativo alla greca: “ornato nell’elmo sulla fronte con (ramo di) ulivo portafortuna”.
(3) Pur se il dialogo si svolge fra Edia e Gigliola, questo è un monito profetico agli organizzatori che hanno istituito la consuetudine stupida ed idolatrica (il dio Denaro) di premiare i serpari con i soldi, strumentalizzando il folclore. Si dirà che il calo demografico impressionante ha suggerito tale “rimedio”.

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