Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#44 - 15/06/2021

I Templari e le loro origini
(5a Puntata)

Lo “hospitale cocullese” e gli Antoniani
Sant’Antonio Abate è considerato il fondatore del movimento monastico poco dopo l’alba del Cristianesimo. Prima in Europa senz’altro c’erano stati uomini pii e religiosi, interessati e rispettosi del Vangelo che avevano cercato di adeguarsi all’insegnamento Cristiano però allontanandosi dal turbine del mondo e vivendo nella penitenza e della carità. Ma forse fu Sant’Antonio che, per primo, oltre a vivere nelle desolate solitudini egiziane e ad allontanarsi dal rumore e dalle turbolenze sostenendosi con la carità, la carità l’aveva fatta in gioventù; infatti pare che appartenesse ad una ricca famiglia e quando morirono i genitori introdusse la sorella in una comunità monastica femminile per donare tutto ai poveri. Forse dopo Sant’Antonio (o anche contemporaneamente) ombre nebulose come quella del Loricato (di cui fa appena un cenno Gregorio Magno) seguirono in Occidente la sua linea; peraltro prima senz’altro c’erano stati uomini pii e religiosi che avevano cercato di adeguarsi all’insegnamento del Vangelo allontanandosi dal turbine del mondo e vivendo nella penitenza e della carità. Ma forse fu Sant’Antonio che, per primo, oltre a vivere nelle desolate solitudini egiziane e ad allontanarsi dal rumore e dalle turbolenze sostenendosi con la carità, la carità la fece pure; infatti pare che appartenesse ad una ricca famiglia e quando morirono i genitori introdusse la sorella in una comunità monastica femminile per donare tutto ai poveri. La pratica dell’Abate si diffuse anche in Europa. Su quel tessuto i monaci cominciarono ad unirsi e ad avviarsi sulla scia di San Benedetto passando all’azione con l’applicazione di un altro valore sancito nel Vangelo: quello dell’assistenza. Era, quello, il periodo in cui i monaci, sulla scia di San Benedetto, passarono all’azione applicando un altro importante valore distintivo del Cristianesimo: quello dell’assistenza. Originale ne sarà l’interpretazione dei chierici di Sant’Antonio di Vienne. Famoso è il precetto di San Benedetto “Ora et labora”, cioè ”prega e lavora” ma vivi nella povertà, ma cerca anche il modo di assistere i bisognosi e i malati lavorando. Lasciamo discettare un buon ecclesiastico sugli ordini religiosi: mi limito ad osservare che gli eremiti (chierici regolari agostiniani-monaci benedettini) abbiano potuto influenzare fortemente la penna dei Superiori agostiniani che avocheranno alla Precettoria napoletana lo “hospitale cocullese” seguendo la traccia seguente suggerita dalla Storia. Sant’Antonio da Padova apparteneva all’Ordine dei canonici regolari di Sant’Agostino. Questi religiosi, sin dall’inizio, si erano staccati dai monaci per ricondurre all’ortodossia cristiana i religiosi prevaricatori. Molti monaci, avevano seguito le orme di San Benedetto e molti abbracciarono la regola benedettina, come più o meno avverrà per i Celestini. Penso che il primo e parziale assorbimento dei Benedettini, da parte degli Agostiniani, promosso da Innocenzo IV ed Alessandro IV, avverrà alla metà del 1200 (il Municipio di Montecassino è un ex convento di costoro e i nostri religiosi, in parole povere, erano confluiti nell’ordine di Montecassino). dopo che un nobile francese (un precursore o uno dei primi Templari?) (Vedi nota 1, in fondo al testo) un nobile francese, sceso in Terrasanta, avrebbe riportato nella Diocesi di Vienne (Francia), vicino ad un priorato benedettino (ove eresse una chiesa) le reliquie di Sant’Antonio Abate trafugate a Costantinopoli, e poi, verso il Mille, un altro nobile, il cui figlio sarebbe stato guarito dall’herpes in quella chiesa avrebbe costruito un ospedale accanto alla stessa dove i resti del Santo sarebbero stati venerati e dove sarebbero stati accolti pellegrini e malati, originando così l’Ordine di Sant’Antonio confermato da Onorio III come Ordine Ospedaliero. Successivamente, nell’XI secolo, Urbano II affidò ai Benedettini la gestione del culto. Quindi i monaci Antoniani seguirono la regola benedettina, come più o meno avverrà per i Celestini, e si espanderanno soprattutto nei secoli XII e XIII. Bonifacio VIII, poco dopo il 1300, li sottoporrà agli Agostiniani mentre gli Angioini potenzieranno la diffusione dell’Ordine nel sud. La nuova Regola sarà pronta già dal 1298, morirà Celestino V e al tempo in cui sarà Prefetto dei Celestini Frate Giovanni. Bonifacio VIII, poco dopo il 1300, li sottoporrà agli Agostiniani mentre gli Angioini potenzieranno la diffusione dell’Ordine nel sud (XII-XIII secolo).
Durante questo lasso di tempo, nel 1293, sarebbe avvenuto, secondo Mons. Antinori (2), i Benedettini della grangia di San Giovanni in Campo avrebbero portato nel nucleo abitato più alto (Cocullo), nella chiesa di Sant’Amico, alcune reliquie di San Domenico; soprattutto quando un Cocullese (3) (Frate Giovanni), certamente molto vicino agli Angioini perché forse templare (4) e successore nella Prefettura di Celestino V, fatto nominare papa da costoro, fu “Fratello dello Spirito Santo” (anche così si definirono inizialmente i Celestini (5), perciò spiritualmente vicini ai chierici agostiniani).
Gli Antoniani “avevano inventato” un espediente folkloristico acquistando i noti “maialini sacri”, che, fatti circolare liberamente nei nuclei abitati, una volta cresciuti e pasciuti …si sarebbero tradotti in carità agli assistiti. Ho scritto poco fa che quei religiosi si diffusero soprattutto fra il XII e ilXII secolo: fu così pure in Abruzzo. Il medico-folclorista abruzzese G.Finamore: In molti comuni usano comprare un porcello, a cui appendono un campanellino. La bestiola vaga liberamente nel paese;…e tutti di buon grado danno da mangiare al porco di Sant’Antonio. Fatto grande il quadrupede è …riffato, e il prodotto della riffa si spende per solennizzare la festa del santo… Altri scrivono che il maialetto veniva comprato nel giorno di Sant’Antonio, veniva ingrassato con le spese di tutti e poi ucciso dopo un anno esatto per essere venduto in un’asta pubblica, che forse veniva gonfiata perché si era diffusa la credenza che l’assegnatario sarebbe stato accompagnato dalla fortuna per tutto l’anno. Questa usanza ricorreva pure a Cocullo (6): attesta l’esistenza dell’hospitale di Sant’Antonio una bolla del 10 maggio 1536, confermata da un’altra bolla del ‘600, ambedue conservate nell’Archivio Comunale, (le Bolle sono confermate da varie delibere riportate sul “Libro de Conseglio”, anch’esso conservato nell’Archivio Comunale): “…come è solito di fare la festa di santo Antonio cioè di dare il pane, et Carne conforma per il passato” (del. com.le 10 gennaio 1644)
Notizia certa dell’esistenza di una struttura caritativa adiacente alla cappella di Sant’Antonio Abate ci porta all’anno 1537 (7) (Bolla di un Superiore Agostiniano). Più o meno a quel tempo risalgono le delibere comunali (nel “Libro de Conseglio” le pagine sono strappate o illegibili):
Deliberazione del 7 ottobre 1652: …come li procuratori del glorioso Santo Antonio anno fatto venire li pittore per fare alcuni miracoli della vita de detto Santo pero cisone alcune salme di Grano, et dicono volerle spendere per detta pittura. Da tutti estato ordinato et risoluto che li Procuratori de detto Santo facciano fare detti miracoli et quello Che sarranno piu necissario pero li Massari et detti Procoratori facciano li patto col detto pittore… (LC). Dal che si evince che le pareti della chiesetta di Sant’Antonio erano state istoriate alla metà del ‘600 da un pittore che vi aveva rappresentato i miracoli del Santo.
“… Come noi ne ritrovame, senza hospitaliero, et siamo obligati a tenerce uno la detta Università pero cie Cesaro di Donato marchione quale vorria servire al detto Santo et servire anco per balio e fare tutto quello che puote pero vorria essere franco de Collette, et vole uno pare de scarpe lanno. Da tutti… (8) che al detti Cesare selli dia il possesso di spitaliero e selli faccia lonventario di tutto quelle che si trova a santo antonio…” (Del. com.le del 12 novembre 1655): pure questo documento certifica l’esistenza dello “spitale” curato dall’università (Comune) (9). Nei secoli scorsi si celebrava, come ora, la cerimonia religiosa il 17 gennaio per onorare quel Santo, ma in modo molto più solenne, con l’affluenza di pellegrini e dotato di una forte tinta folcloristica: … à chi volesse comprare l’introsici (10) delli porci fatti per la solita festa di Santo Antonio nella publica piazza si, e accesa la candela alla presenza di marino di Risio Camorlenco in nome della Corte rimasto à cavalli Venti per decina alli sotti scritti… (11) (obbligazione del 16 gennaio 1717); tutto era utile, pure il ricavato dalla vendita dei resti. Quel colore forse ancora caratterizza le cerimonie nelle ricorrenze
del 17 gennaio in alcuni paesi (Marsica, Chietino…) ed all’estero. Infine ricordo che nella delibera adottata dal Comune il 7 ottobre 1652 l’Abate egiziano veniva definito “glorioso”; nella seconda metà dell’Ottocento nella sua chiesetta, ubicata accanto ai ruderi dell’ospizio e che vi si celebrava Messa, come è scritto nella del. com.le 4 marzo 1865.
Ecco perché il Superiore degli Agostiniani scrisse: essendo stato accordato e consentito dalla sede apostolica alla comunità del Santo Abate e all’ordine di Sant’Agostino della diocesi viennese, e quindi anche al predetto monastero fuori le mura di Napoli. Ecco perché, in quel tempo, si generò a Cocullo confusione fra Sant’Antonio Abate e l’omonimo spagnolo da Padova. Ecco perché i Cocullesi pretesero di celebrare la ricorrenza a giugno: …come li giorni passati fu eletto per procuratore di santo Antonio il quale li arciprete non li have voluto publicare nella chiesa quale siame ricorsi da Monsignore et il vicario più presto e dalla sua con dire che non havemo attione di fare li procuratore di Santo Antonio de padua si beno per quello di vienna… (delibera dell’università cocullese adottata il 18 giugno 1668).
Dov’è il sito ove sorgeva lo “spitane”? Dov’è uno dei più importanti toponimi del paese? Per chi non lo sapesse è nei ruderi di Rua Sant’Antonio. In questa rua, nel piccolo recinto della chiesetta omonima, molti decenni addietro vidi una piccola statua, alta poco più d’un metro e tutta in pietra (ben conservata salvo il naso camuso, schiacciato in seguito ad un’eventuale caduta provocata forse da qualche terremoto), del tardo-romanico abruzzese (12) (qualcuno allora mi parlò anche di una base di altare, che potrebbe essere stata scambiata con il bassorilievo (13) fotografato recentemente, semicoperta da uno strato di terra e nascosta fra gli arbusti). Io sono convinto che il reperto da me visto (come il bassorilievo) sia appartenuto alla prima chiesa e magari poi conservato in una ristrutturazione successiva: questo potrebbe significare che, come accadeva quasi sempre, lo “spitale” fu fornito anche di un edificio sacro sortogli accanto. La rua conduce alla parte abbandonata, alla parte bassa (solo oggi bassa, ma allora ai margini del centro) anche perché esso sorgeva in un punto strategico qual era il traghetto fra le rive del letto d’un torrente oggi quasi del tutto secco, e proprio vicino alla chiesa comparrocchiale di Sant’Egidio, nella zona della “Pelélla” (toponimo che evoca il ricordo di una lastra concava al centro e allisciata dall’azione dell’acqua, allora abbondante e più che sufficiente a spingere la ruota del mulino della “Refóta” posto a valle, e dove le donne – forse, prima, anche i frati - andavano a sciacquare i panni).
Oggi della chiesetta del Santo Abate resta qualche muro smozzicato che emerge fra un ammasso di macerie e di rovi.
Una curiosità: nella chiesa della Madonna delle Grazie esiste un affresco consistente in un trittico che raffigura la Maddalena, Sant’Amico e Sant’Antonio; la figura di quest’ultimo, alla base, dove dovrebbe stare il porcellino, presenta una vistosa abrasione: quando e da chi fu fatta? E perché? Secondo me, più che di uno sfregio sacrilego si trattò di un rozzo tentativo di cancellare la bestiola fatto da qualcuno di quelli che volevano celebrare la festa a giugno. Il colore bianco del saio fa pensare che il Santo si stato dipinto sotto l’influenza agostiniana (ricordiamo che però Sant’Antonio da Padova aveva indossato inizialmente quell’abito quando era Agostiniano); ma fanno pensare il giglio stretto al petto con una mano aperta (e quindi sembra appiccicato) nonché l’assenza della fiamma (il “fuoco di Sant’Antonio”), simboli abbastanza comuni nell’iconografia dell’Abate. I dubbi dovrebbe risolverli la delibera comunale poc’anzi riportata.

Note
(1) Questi portavano una croce rossa – il “Tau” – disegnata sull’abito bianco, mentre gli Antoniani avevano una croce azzurra sull’abito nero. L’abate del monastero di Faifoli, dove San Celestino abbraccerà la regola benedettina, aveva il pastorale ornato con un “Tau”. Quando fu soppresso l’Ordine Benedettino (1807) i Benedettini e le loro correnti furono definitivamente assorbiti dai Cistercensi.
Il bastone terminante a tau, oltre a richiamare la Croce, rappresenterebbe anche il serpe di bronzo che Mosè mise sul palo, durante l’Esodo degli Ebrei, per scongiurare il morso dei serpenti velenosi, tanto che spesso Sant’Antonio è raffigurato mentre calpesta un serpe. Una statua, a Cocullo, lo raffigura con un libro sormontato da una fiamma: simboli di fedeltà alle Sacre Scritture e di protezione dall’herpes zoster.
(2) La versione è molto verosimile e condivisibile perché, a parte l’autorevolezza dell’Arcivescovo aquilano, amico del Muratori e metropolita della nostra Diocesi, le avvisaglie della “peste nera” spingevano le popolazioni in alto per respirare aria meno mefitica.
(3) Mons. Febonio nel 3° volume delle sue Memorie stigmatizzò il comportamento dei Cocullesi i quali celebravano solennemente la festa di San Domenico e ignoravano Don Giovanni.
(4) Nel Catalogo dei Baroni Cocullo figura come feudo di tre cavalieri ed evidentemente il Giovanni cocullese, a cui accenna Mons. Corsignani, era uno di questi.
(5) In un elementare ed approssimativo disegno, abbozzato da qualche pastore cocullese alcuni secoli fa e comprendente una vasta area che si estende anche su centri vicini, la Casa madre dei Celestini (Badia di Sulmona) è indicata con il toponimo “Santo Spirito”.
Ma le coincidenze non finiscono qui: le canonizzazioni di Domenico e Celestino, ecc.
(6) Monsignor Corsignani, celanese, nel ‘700 raccolse una diceria popolare secondo cui in tempi remoti la Confraternita di Sant’Antonio Abate avrebbe fondato pure a Pescina un “hospitale” per assistere poveri e infermi. Il Lubin specificò ”In eadem Piscina Civvitate, Abbatia titulo Sancti Antonii Congregationiniis Sylvestrinorum” (Nella stessa città di Pescina – sorgeva -, un’ con il titolo di Sant’Antonio – Abate –, della Congregazione dei Silvestrini). In realtà pare che lì questi monaci avessero anche un monastero, visto che si parla di una sala di studio.
(7) Ma il manoscritto del 10 maggio 1536 parla anche di “spitale di Sant’Antonio”.
(8) All’unanimità.
(9) Purtroppo il complesso dei locali, prima trasformati in pagliai, è scomparso quasi del tutto, mentre la cappella da quando divenne curata, ha funzionato come chiesetta fino a tempi recenti (1865).
(10) Interiora (dal greco “énteron” con la terminale “isco”=”che riguarda”).
(11) Il che lascia sottintendere l’esistenza di un uso simile se non uguale a quello dei “porcellini sacri”.
(12) Oggi qui in pese esiste una foto che dicono essere stata trovata nel sito della statuina che io avevo viso in una scultura del tutto diversa da quella raffigurata nella fotografia in circolazione: quella vista da me era una statua, sia pure di ridotte dimensioni (circa un metro di altezza), mentre quella della foto è un bassorilievo che riproduce l’immagine (assolutamente diversa) più diffusa nell’iconografia dell’Abate egiziano in vecchiaia e con una lunga barba. Ma ciò conta poco in questo contesto.
(13) Recentemente ha circolato in paese una fotografia riproducente il vero Sant’Antonio con la barba lunga in bassorilievo: sarebbe stata portata alla luce nello stessa sito dove io e mia sorella Giovanna avevamo visto la statua tutta di pietra massiccia, dello stesso stile, 30/40 anni fa.

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