Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

| #116 ◄ | Articolo #117 | ► #118 | Elenco (130) |
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi via eMail Condividi via WhatsApp
#117 - 21/11/2023

Petreius, chi era costui?

Fin dai tempi di Jcobella Ruggeri vari scrittori, ma anche di secoli successivi fino all’età contemporanea, si sono soffermati su questo personaggio, rimarchevole come dama del Basso Medioevo che s’affacciò al mondo dell’Umanesimo disegnando tre ricami sul tessuto delle turbinose vicende che visse: uno strettamente di carattere culturale, uno di profonda religiosità popolare ed uno di carattere politico. Il primo si espresse nell’epistolario, nella attenzione al mondo della cultura ed alla predilezione per il secondogenito, amante delle lettere e delle arti a cui avrebbe voluto assegnare la continuità della linea Ruggeri; il secondo si espresse nella propagandata infiltrazione nelle classi popolari della sua sentita religiosità di terziaria francescana e, con l’aiuto del marito Lionello Accrocciamuro, nella realizzazione di monumenti religiosi; il terzo nella salvaguardia e nell’interesse delle successioni dei casati nella contea celanese, che si ripercossero addirittura alla prosapia successiva alla sua (Piccolomini), con il riflesso di Costanza, l’ultima contessa di Celano la quale nel 1566 chiederà e otterrà dal re Filippo II il diritto alla successione della baronia di Scafati già spettante all’avo Antonio Piccolomini.
Chiudo la premessa ricordando che Jcobella ebbe tre figli da Lionello Acclozamora: in ordine Ruggerone (Ruggerotto), Pietro e Isabella. Del primo, il “ribello”, conosciamo le nefandezze; della terza, Isabella, sappiamo che andò sposa a un del Balzo, cognome già diffuso nella vicina Sulmona e nell’Italia meridionale.
Nella rassegna dei figli di Jcobella ho omesso il nome di Pietro, secondogenito dopo Ruggerotto: non è stata una distrazione, ma perché quest’ultimo è oggetto del presente sintetico lavoro.

Intanto, scomparsa Giovanna I d’Angiò regina di Napoli, mentre il vento d’Aragona scuoteva sempre più pressante gli avvizziti gigli angioini, credo che sia degno di essere ricordato il seguente evento che può aderire al tramonto della contea Ruggeri di Celano: nel 1463 il Re Ferdinando I confermò l’assegnazione ad Antonio Piccolomini, il 12 febbraio 1463, avendo lo stesso Antonio sposato una figlia naturale del re aragonese- della contea con tutte le città, terre, castelli, ville e luoghi alla stessa pertinenti-, per remunerarlo della fedeltà e dei servizi resigli durante il conflitto con Giovanni d’Angiò. La contea era già stata segnalata a favore del nipote Antonio da Pio II Piccolomini allo stesso re. Nello stesso periodo Ruggerotto stringeva i denti e mostrava di non rinunciare ai possedimenti conducendo la guerriglia in due direzioni: contro gli Aragonesi-Piccolomini per ovvii motivi e contro la madre la quale evidentemente aveva già scelto Pietro per continuare la prosapia dei Ruggeri. Nel 1462, il 17 novembre, con l’aiuto di Giacomo Piccinino il figlio “ribello” assediò il castello di Gagliano Aterno, dove si era ritirata Jcobella, la quale fu presa prigioniera e pare che sia stata condotta a Castel Vecchio Subequo.
Nell’estate 1463 Jcobella andò a Tivoli per parlare con Pio II: portò con sé il figlio “più giovane”, cioè Pietro (del quale non mi risulta la data di nascita ma che penso già fosse affascinato dalla cultura e dall’arte e che, forse rammaricato anche del contentino promesso dal pontefice alla madre, non cercasse distrazioni nei possedimenti) (V. Rubeo, “Covella, contessa di Celano”, Ed. Kirke 2015) per trovare un accordo onde salvare la contea ai Ruggeri: ma il papa le dichiarò che già quel territorio lo aveva fatto assegnare al nipote Antonio e che lei sarebbe stata comunque soddisfatta con la promessa di possedimenti nell’Italia meridionale, possedimenti precisamente in Puglia che però poi sarebbero dovuti andare al secondo figlio e gli armenti che avevano svernato nel territorio pontificio sarebbero tornati a lei e non a Ruggerotto che li aveva richiesti per sé. (op. cit.) Ma Pietro sentiva più la vocazione umanistica. Ora, perché Monsignor Corsignani affiancò i due fratelli nel suo giudizio: “senza senno e sen givano sediziosi e raminghi”? Passi per Ruggerotto, il quale però aveva le sue ragioni, ma Pietro viveva nel mondo umanistico e, ove si eccettui qualche eventuale “svago” giovanile permesso alle classi elevate del tempo, sembra che quel giudizio sia ingiusto e troppo sbrigativo. Certo, Monsignor Corsignani era celanese, ma anche vescovo della Diocesi dei Marsi e di quella di Valva e Sulmona nella metà del 1750; perciò come uomo di Chiesa si attenne alla discrezione.
E’ vero però che se Ruggerotto andava ramingo per rivendicare i suoi possedimenti, Pietro andò ramingo in cerca di un orizzonte aperto all’umanesimo… per cui, ancora prima che l’aragonese Alfonso II Piccolomini uccidesse il fratello a Pratola (?), Pietro fece l’ambasciatore al re aragonese Ferdinando I. Il suo maestro Marino Turanense gli aveva dedicato parole elogiative durante l’esilio veneziano. Analizziamo in proposito la seguente frase, che si legge su un manoscritto copiato da Pietro e riportata dalla studiosa Veneranda Rubeo (op.cit.): Explicit tractatus spere scriptus per me Celanium exulem 1468 Venetiis sub Domino Bragatheno in artibus studentem; senza dubbio vi si avverte un certo disagio nel sentirsi ancor giovane lontano dalla propria terra, esule a causa degli eventi tragici che hanno coinvolto lui e la sua famiglia, sebbene confortato dall’interesse per la cultura e dalla passione di apprendere une assez élégante écriture humanistique (Bloch). Dove si comprende che i più illustri maestri veneziani e dell’amico paolo Marso furono Pomponio Leto e Domenico Bragadin presso la celebre Scuola di Rialto”. I manoscritti di Pietro al tempo di Carlo VIII da Napoli furono portati a Parigi nella Biblioteca Nazionale e forse ivi studiati dall’illustre medioevalista tedesco Bloch, il quale non ha dubbi che il “Petreius” sia il figlio di Jcobella; i manoscritti comprendono diversi trattati che spaziano dalla poesia all’astronomia, cioè dalla cultura in senso stretto alla filosofia, alla scienza databili tra il 1460 al 1488, se non era già morto l’umanista.

Certamente Marc Bloch ha criticato tutte le opere di Pietro e in particolare quella che si riferisce a San Giovanni da Capestrano. Quindi avrà letto o intuito che Jcobella aveva fatto apprestare una biblioteca, contenente gli scritti di quel Santo a Gagliano Aterno: di qui la sua convinzione che l’umanista era stato il nostro mancato conte e perciò concludo che Bloch aveva messo i suoi lettori su una buona traccia.

| #116 ◄ | Articolo #117 | ► #118 | Elenco (130) |
Condividi il blog: Pensieri in Libertà di un Ottuagenario
Condividi su Facebook

Condividi su Twitter

Condividi via e-Mail

Condividi via WhatsApp