Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#113 - 22/08/2023
Le Chiese di S. Mercurio e di S. Magno nelle Terre di S. Domenico di Foligno<br>
Un’ipotesi suffragata da toponimi e da eventi storici accertati

Le Chiese di S. Mercurio e di S. Magno nelle Terre di S. Domenico di Foligno
Un’ipotesi suffragata da toponimi e da eventi storici accertati

Antinori mi favorisce nelle ricerche di dettagli importanti: “Nel 1392 due monaci della grangia di S. Giovanni in Campo portarono nella chiesa di S. Amico le reliquie di S. Domenico. Intanto teniamo a mente che nello stesso anno Bonifacio IX aveva dato in commenda al Card. Mezzavacca l’Abbazia di Fonte Avellana. Comunque a due monaci di S. Giovanni in Campo l’Abate di Montecassino aveva concesso il diritto di dire Messa a Cocullo, pur risiedendo nella grangia. Alla loro morte agli altri due monaci che subentrarono l’Abate, oltre a confermare la Rettoria, diede in beneficio ecclesiastico curato e ne commise il possesso al monaco di S. Pietro medesimo, Angelo di Casale di Bugnara.”
Esiste oggi al Casale una chiesetta intitolata a Santa Maria in Campo che fu in realtà la grangia di San Giovanni in Campo nominata dall’Antinori. Il patrono del Casale è San Marco il Galileo, che è anche il patrono di Atina e che, secondo gli Atti degli Apostoli, sarebbe stato chiamato Marco con il nome romano, anziché Giovanni (nome ebreo) e la sua chiesetta casalana potrebbe essere stata eretta precedentemente al 1392 (v. Regesti di Montecassino) e citata due volte dal vescovo Silanis nel 1356 sotto il nome di San Mercurio come segue:

In Cucullo cum villis [Vedi nota 1, in fondo al testo]
Dp: Benedictus de S. Mercurio ht. Eccl:m S. Mercurii que ht. curam animarum; …...
….Dp.Cosmatus de S.Mercurio ht. Ecc: S.Angeli q. h. cur: anim: fuit defectuosus in offitio….
…..Dp. Iacobus Ricci ht. Ecc: S. Magni, ruralis, eg: reparat:….


Per esemplificare, potrei dire che la grangia di San Giovanni in Campo potrebbe essere stata agganciata alla chiesetta di San Mercurio e che quella non è nominata proprio perché non era sotto la giurisdizione della Diocesi bensì era tenuta direttamente dai monaci cassinesi. Di San Mercurio vi sono reliquie nell’abbazia di Montecassino.
La chiesetta di San Magno, patrono di Anagni, era una chiesetta, definita “ruralis” dallo stesso vescovo mons. de Silanis nella visita pastorale di quello stesso anno 1356, situata a nord del paese, molto fuori dell’abitato, in aperta campagna. Non solo, ma nell’appunto del vescovo c’è anche l’invito alla necessità di una ristrutturazione: “eget reparatione”. E’ comunque accertato il fatto che le due chiese su citate, quella di S. Mercurio e quella di S. Magno, preesistevano alla data 1392, considerato che risultano nelle visite pastorali dei vescovi effettuate nei secoli XI-XIV secolo (v. Corsignani e Celidonio). Dunque, agli albori del Cristianesimo a Cocullo esistevano già le due chiese. Mentre della seconda resta un toponimo ed una rudimentale rappresentazione topografica ultrasecolare (Archivio comunale), della prima ci si può riferire alle reliquie del generale cattolico romano fatto decapitare dall’imperatore Decio, reliquie del quale sarebbero state trasportate a Montecassino.
E qui riemerge la storia delle fraterie: le cronache riferiscono che Pietro del Morrone, prima di arrivare alla montagna della Maiella, si fermò nel monastero di San Pietro Avellana, fondato da San Domenico di Foligno e dove era morto Sant’Amico, la cui memoria potrebbe essere stata propalata a Montecassino dopo la riduzione in commenda dell’abbazia di San Pietro Avellana.

Questa breve premessa pretende di aprire una via ad un’ipotesi suggestiva. San Domenico di Foligno, com’è noto, è stato un eremita itinerante che ha lasciato impronte soprattutto in Abruzzo ed in Ciociaria e che a Cocullo, almeno fino a qualche decennio fa, era onorato in forma solenne in una festività famosa sul piano civile e religioso. San Domenico ebbe dimestichezza con il serpe, in qualità di eremita, animale a cui Pietro del Morrone avrebbe poi dedicato un’ode che esaltava il serpe: ricordava una biscia che tranquillamente se ne uscì dalla sua grotta quando l’eremita vi si rifugiò [2].
San Domenico era stato un riformatore gregoriano molto vicino ai futuri Confratelli dello Spirito Santo: la S attorcigliata alla croce sarebbe una interpretazione, secondo alcuni studiosi, della spiritualità di San Celestino; ma altri studiosi, specie in Francia, ritengono che il serpe sia un simbolo dell’eremo. A Cocullo vi sarebbero state due chiese: addirittura prima delle fondazioni celestine, qui molto probabilmente favorite o ristrutturate da Giovanni di Cocullo, il quale nel 1298 era Superiore Generale degli Spirituali e di cui non si ha notizia precisa dopo quella data evidentemente perché fu uno Spirituale troppo ortodosso e quindi considerato eretico.
Le due chiese erano “appannaggio” di quelle comunità religiose, poi sottoposte alle Diocesi? Come visto, “l’Abate di Montecassino aveva concesso il diritto [a due monaci] di dire Messa a Cocullo, pur risiedendo nella grangia. Alla loro morte agli altri due monaci che subentrarono l’Abate, oltre a confermare la Rettoria, diede in beneficio ecclesiastico curato e ne commise il possesso” a uno dei due monaci. (Antinori)

Note
[1] Da notare che Cocullo era chiamato con l’attuale nome e l’aggiunta delle “frazioni” (“cum villis”, al plurale, non specificate nominalmente), mentre tutti gli altri centri erano citati con un solo nome.
[2] Sembra che l’ode, riportata nella “Vita mea”, sia un apocrifo che però rispecchia troppo da vicino le idee del futuro Santo.

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