Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#96 - 11/10/2022

Sant'Antonio e la sua chiesa cocullese

Giovanni Velasco, commissario generale e procuratore di Sant’Antonio Viennese per tutto il regno di Sicilia, al di là e al di qua del faro. Avrete saputo che, essendo stato accordato e consentito dalla sede apostolica alla comunità del Santo Abate e all’ordine di Sant’Agostino della diocesi viennese, e quindi anche al predetto monastero fuori le mura di Napoli, di costruire ospedali, cappelle, case, benefici, oratori, ed altri luoghi pii esistenti sotto il nome del suddetto Sant’Antonio, nonché quelli che saranno costruiti successivamente, spettano e sono di pertinenza dell’abate e dell’ordine, e a quelli sono assoggettati, non, al contrario [Vedi nota 1, in fondo al testo], ad altre chiese o a secolari di paesi, luoghi, villaggi e comunità.
Per cui venendo io, Giovanni predetto, a sapere di un ospedale sotto la denominazione dello stesso Sant’Antonio, sito e posto fuori e vicino le mura del castello di Cocullo, nella via e presso i muri e la cappella di Sant’Antonio da Padova, recentemente costruito e forse rifornito dall’università e dagli uomini di detto castello per essere tenuto, posseduto, essere retto e governato (ed affinché sia retto,ed è retto,ecce.ecc.) fino ad ora da essi con tutti i suoi frutti, diritti, profitti; per mezzo mio è aggregato e sottoposto con tutto ciò che compete a detta Rettoria generale napoletana e all’Ordine (al suo). E, affinché la devozione dell’Antonio Viennese di detti università ed uomini verso il predetto beato non venga indebolita, ma anzi si irrobustiscai ed aumenti nel tempo, e nello stesso ospedale si osservi l’ospitalità in ogni miglior modo, a me è stato permesso di organizzare, secondo l’autorizzazione, il predetto ospedale con tutti i suoi diritti, i frutti, i redditi, i proventi, gli onori e gli oneri predetti; ed affido in custodia di essi e concedo ai saggi cittadini Marino Risio, camerlengo, nonché ad Antonio Lisciotti e Giovanni de Milana, massari, il governo e l’amministrazione universale con i seguenti patti, regole e condizioni. Cioè: prima di tutto che la nominata collettività mantenga sempre detto ospedale conservato ben coperto nei tetti, nei muri, nelle fabbriche [2], nelle porte ed in altre cose necessarie [3], così che non venga in rovina, e in detto ospedale sia almeno un letto predisposto decorosamente per accogliere i poveri e soprattutto quelli tormentati dal “fuoco di Sant’Antonio”. Parimenti detta università debba anche ogni anno eleggere un procuratore per il governo di detto ospizio e dei suoi beni, uomo di buona reputazione e onorevoli [4] possibilità, affinché dal bisogno non sia spinto e tentato a prendere ciò che è presente in detto ospedale per soccorrere gli indigenti, i poveri. E che il detto procuratore debba predisporre un quaderno (e detto quaderno si debba conservare) e fare annotare tutte le entrate e le uscite. Parimenti detta università debba anche sempre tener provvisto detto ospedale di un custode, ugualmente uomo di buona reputazione e di onesta condotta, e detto “ospedaliere” non possa andar cercando né prendere alimenti di qualunque specie siano, né fare cerca ordinaria di grano fuori del paese e i suoi territori, perché tale cerca è dell’ospedale grande di Vienna. Parimenti detta università debba pagare ogni anno alla detta precettoria generale di Napoli o per essa al suo amministratore o a persona autorizzata la somma di [dieci carlini?]. Le quali cose l’università e gli uomini predetti sono tenuti ad adempiere ed osservare sotto privazione dell’amministrazione dell’ospedale stesso. In fede ho ordinato che fosse fatta la presente bolla sottoscritta con la mia mano e l’ho emanata in detto castello nell’anno del Signore 1537, XI Indizione, esattamente nel giorno 16 del mese di novembre, sotto il pontificato di Paolo III . Giovanni, quale commissario, di mano propria ha firmato [5].


Sant’Antonio Abate è considerato il fondatore del movimento monastico all’alba del Cristianesimo. Di lui si hanno notizie un po’ leggendarie e un po’ esatte (ne scrissero il discepolo Atanasio vescovo di Alessandria e San Girolamo). Nacque a Coma, in pieno deserto egiziano, intorno al 250 da famiglia benestante e cristiana. Dopo la prematura morte dei genitori distribuì i beni ereditati ai poveri e, affidata la sorella a una comunità femminile, visse in preghiera, povertà e castità. Da Coma andò sul Mar Rosso, in cui rimase molti anni, accrebbe il numero dei seguaci e creò l’embrione del cenobio. Intanto per le sue marcate virtù taumaturgiche richiamò tante persone e curò i malati di herpes zoster (il “fuoco di S. Antonio”). Nel 311 la persecuzione dei “gentili” lo costrinse a rifugiarsi ad Alessandria, dove fu protetto da Anastasio. Morì in tarda età (105 anni) il 17 gennaio forse, del 356, nel suo eremo vicino all’orticello che aveva curato. Nel VI secolo le reliquie furono traslate ad Alessandria, ma un secolo dopo gli occupanti arabi le portarono a Bisanzio. Nell’XI secolo un nobile francese del Delfinato, presso la via di Compostela e molto vicino al Rodano, dove s’imbarcheranno i Crociati, portò le reliquie al Conte di Vienne, il quale costruì una chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate in una frazione della (allora) capitale Vienne nella Provenza (Arles) nel 1070. Qui nascerà l’Ordine degli Antoniani, caratterizzato dall’accoglienza dei poveri, dei pellegrini e degli ammalati.

Iconografia e attributi: croce a “T” dell’alfabeto greco), uguale a quello di colore rosso sulle vesti in abiti da monaco e spesso con una campanella [6] in mano o legata al bastone nonché in compagnia di un maialetto, dalla carne del quale i frati traevano grassi per gli emollienti da spalmare sulle piaghe (taumaturgia) nonché il loro sostentamento e quello dei poveri; quando è raffigurato come abate ha all’apice del bastone [7] pastorale e libro delle Sacre Scritture in mano generalmente aperto (fervore religioso); fuoco sul libro (santità) o ai piedi; serpente sotto i piedi, corona del Rosario in mano o pendente dal bastone e aquila ai piedi. Sant’Antonio in alcuni paesi. Non riferisco la versione troppo leggendaria secondo cui due cavalieri avrebbero portato le reliquie del Santo a Venezia: il leone non ha ali, quindi è:abbastanza diversa l’iconografia veneta con quella della chiesetta casalana [8].

E’ mia convinzione che i Cocullesi siano stati molto devoti fino quasi all’immediato dopoguerra; poi l’impressionante decremento demografico prodotto dal mutamento della forma economica e della guerra hanno prodotto una frattura fra la mia generazione e quelle successive creando un deserto abitato da pochi “romiti” disorientati e refrattari soprattutto alle memorie nonché ai valori ed agli ideali. Forse molti di questi non sanno neanche che cosa sia l’Ordine Benedettino, riconosciuto da Urbano II [9], il quale gli aveva affidato la gestione del culto (confermato con una bolla da Onorio III), Ordine chiamato Ospedaliero, in cui operavano monaci i quali seguivano la regola benedettina che poi sarà osservata dai Celestini. Questi saranno inquadrati da Bonifacio VIII e poi da Nicolò IV negli Agostiniani). Intanto sottolineo ancora il fatto per cui fonti attendibili tramandano che le prescrizioni celestine erano durate due anni (1294-96), perché una regola fu compilata nel 1298, al tempo in cui era Prefetto dei Celestini Frate Giovanni, il monaco cocullese, il quale, secondo me, non volle adattarsi alla moderna interpretazione del Vangelo come fecero diversi Celestini che, dopo qualche secolo, insieme con monaci provenienti da altri Ordini (soprattutto Francescani), saranno inquadrati, come ho già accennato, in quello Agostiniano. Pure gli Antoniani osservavano il precetto “Ora et labora”. Per poter operare nell’assistenza i monaci di Vienne “inventarono” un espediente folkloristico perché acquistarono i “maialini sacri” che, una volta ingrassati con i rifiuti, si uccidevano; a Cocullo le bestie erano messe all’asta onde ricavare somme utili ai loro bisogni e per assistere i bisognosi. Prima di Sant’Egidio, cioè il secondo santo venerato a Cocullo che ho documentato altrove (il primo era stato San Domenico), era l’Abate egiziano, definito “glorioso” nelle più antiche delibere comunali reperite e che è ricordato pure in due Bolle di Superiori Generali del 10 maggio 1536, e del ‘600 (tutte esistenti nell’Archivio Comunale di Cocullo), attestanti la esistenza dello “spitale” di Sant’Antonio [10]. Altre testimonianze: …come è solito di fare la festa di santo Antonio cioè di dare il pane, et Carne conforma per il passato (del. Com.le 10 gennaio 1644). Ancora nel tardo ‘800 si celebrava, come ora, la cerimonia religiosa il 17 gennaio [11] per onorare quel Santo, ma in modo molto più solenne che non oggi, con l’affluenza di pellegrini e soprattutto dotato, nell’altra componente, di una forte tinta folcloristica (… à chi volesse comprare l’introsici [12] delli porci fatti per la solita festa di Santo Antonio nella publica piazza si, e accesa la candela alla presenza di marino di Risio Camorlendo in nome della Corte rimasto à cavalli Venti per decina alli sotti scritti… [13] -obbligazione del 16 gennaio 1717) e sull’Asta preceduta dalla questua effettuata da volenterosi, i quali giravano per le case con ceste che si riempivano di generi di consumo; più tardi l’incombenza cadrà sui ragazzi e scomparve nella mia adolescenza.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento nella chiesetta di Sant’Antonio, ubicata accanto ai ruderi (già adibiti in gran parte a pagliai, dell’ospizio), si celebrava la Messa, come è certificato dalla del. com.le 4 marzo 1865. Qui, a Rua Sant’Antonio, nel piccolo recinto diruto della chiesa omonima, molti decenni addietro vidi una statua alta poco più d’un metro e tutta in pietra (ben conservata salvo il naso camuso, schiacciato in seguito ad un’eventuale caduta provocata da qualche terremoto?), di stile tardo-romanico [14] (qualcuno mi ha parlato anche di una base di altare semicoperta da uno strato di terra e nascosta fra gli arbusti). Io sono convinto che quel reperto da me visto sia appartenuto alla prima chiesa e magari poi conservato in una ristrutturazione successiva. Tutto questo potrebbe significare che, come accadeva quasi sempre, lo “spitale” fosse costituito di un complesso sacro sorto accanto alla chiesa o cappella. La Delibera com.le del 12 novembre 1655 recita: …Come noi ne ritrovame, senza hospitaliero, et siamo obligati a tenerceno la detta Università pero cie Cesaro di Donato marchione quale vorria servire al detto Santo servire anco per balio e fare tutto quello che puote pero vorria essere franco de Collette, et vole uno pare de scarpe lanno. Da tutti… che al detti Cesare selli dia il possesso di spitaliero e selli faccia lonventario di tutto quelle che si trova a santo antonio… (a questo punto cfr. la Bolla del 13 marzo 1596).

Il principio di solidarietà piano piano aveva portato alla nascita delle “Fratellanze” (prima le “Fraterie” celestine e francescane) e poi “Confraternite” formate in maggioranza da pastori benestanti (allora l’unica “industria” era fondata, specie nei paesi montani, sulla pastorizia, e Cocullo, prima della memoria del ‘600, ospitava circa ottomila ovini [15]). Quelle organizzazioni solidali avevano accumulato depositi gestiti con ricchi bilanci [16] di cui qui si dovettero avvalere gli Antoniani quando costruirono l’ “hospitale”. Questo avvenne negli anni in cui, secondo Mons. Antinori, i Benedettini della grancia di San Giovanni in Campo portarono alla chiesa cocullese di San Domenico alcune reliquie del Santo; ma soprattutto quando un Cocullese [17] (Frate Giovanni), certamente molto vicino a San Celestino ed agli Angioini, era una personalità celestina spirituale (fu priore dell’Abbazia di Santo Spirito nel 1298 o addirittura Generale della Congregazione ancora per poco dopo la morte del “Pastore angelico”?

Chiesa di Sant’Antonio- Scrivevo che nella parte bassa (solo oggi bassa, ma allora ai margini del centro di Cocullo, e sul letto di un torrente oggi quasi del tutto secco), presso l’odierna Rua Sant’Antonio, dove si trovano i resti della chiesa omonima, sulla “Pélélla” (altro toponimo che evoca il ricordo di una lastra concava e allisciata dall’azione dell’acqua allora abbondante per il suo volume più che sufficiente a spingere la mola del mulino della “Refota” posto a valle), dove le donne – forse prima anche i frati – andavano a sciacquare i panni) si possono ancora vedere, fra gli sterpi, i ruderi di un complesso che aveva i requisiti dello “spitale”, cioè di uno degli agglomerati adibiti all’assistenza ai viandanti, ai pellegrini, ai poveri e agli infermi (pestilenze e carestie, particolarmente nel ‘300 si accanirono anche sulla nostra comunità) anche perché esso sorgeva in un punto strategico qual era il traghetto fra le rive e proprio vicino alla chiesa comparrocchiale di Sant’Egidio e ai margini del tumultuoso corso d’acqua. Accanto allo spitale di Sant’Antonio Abate [18] sorgeva la cappella, successivamente chiesa, già grangia della Rettoria Generale di Napoli. Il 17 gennaio di ogni anno vi si celebrava e poi si festeggiava in paese la ricorrenza del Santo con il concorso di pellegrini, anche se, come leggiamo dalla delibera del 23 febbraio 1597, quell’anno … ciera poca gente alla festa. Naturalmente il freddo non favoriva l’afflusso dei pellegrini. S’incominciava a pensare di spostare la “festa” nella ricorrenza dell’altro Sant’Antonio? Da quanto risulta è facile arguire che la solennità era nota anche fuori del paese. Quale poteva essere il richiamo per i forestieri che certamente non erano mossi tutti dalla devozione lo leggiamo nella deliberazione del 10 gennaio 1644: … come è solito di fare la festa di santo Antonio cioè di dare il pane, et carne conforme per il passato…: quella carne era fatta con il sacrificio del porco sacro; non ci lasciavano, alla riffa, neanche le interiora (“introssichi”, dal greco “entericon”= cosa che riguarda gli intestini): … a chi volesse comprare l’introsici delli porci fatti per la solita festa di Santo Antonio nella publica piazza si, e accesa la candela alla presenza di marino di Risio Camorlenco in nome della Corte rimasto à cavalli Venti per decina alli sotti scritti… (Obbligazione del 16 gennaio 1717). Scrive il medico-folclorista abruzzese G. Finamore: In molti comuni usano comprare un porcello, a cui appendono un campanellino. La bestiola vaga liberamente nel paese; … e tutti di buon grado danno da mangiare al porco di Sant’Antonio. Fatto grande il quadrupede è …riffato, e il prodotto della riffa si spende per solennizzare la festa del santo… Altri scrivono che il maialetto veniva comprato nel giorno di Sant’Antonio, veniva ingrassato con le spese di tutti e poi ucciso dopo un anno esatto per essere venduto in un’asta pubblica, la cui base forse veniva gonfiata perché si era diffusa la credenza che l’assegnatario sarebbe stato accompagnato dalla fortuna per dodici mesi. Altrove ho scritto, e qui voglio sottolinearlo, che quella di Sant’Antonio forse è da considerare una delle principali feste del passato religioso cocullese dopo quella di Sant’Amico. Oggi nella chiesa vediamo la statua del Santo con ai piedi il porcellino che reclama il suo protagonismo folclorico, a cui si sovrappone la componente religiosa: la virtù soprannaturale deriva all’animale dall’aureola del Santo che svetta attorno alla testa di lui. L’usanza di tollerare le scorribande dei suini nei centri abitati è molto antica; e le bestie, equipaggiate con campanelli o meno, facevano danni. All’inizio del Medioevo una di queste bestiole aveva causato la morte del delfino di Francia, disarcionato da un porcellino vagante fra le zampe del di lui cavallo. Più tardi molti statuti limitarono la circolazione a pochi esemplari di porcellini benedetti; per esempio lo statuto di Orvieto recitava Che nessun porco e nessuna scrofa vada per la città… salvo che due porci di Sant’Antonio. Il cerimoniale folklorico del Santo, ora, a Cocullo è solo un ricordo appannato; resiste ancora in area regionale affondando le radici nel risorgimento medioevale. I monaci di Sant’Antonio dei Viennesi avevano servito nell’ospedale ove accogliere gli infermi, e presto avvertirono il bisogno di procurarsi del denaro pure per i tempi futuri, al fine di mantenere funzionante la struttura benefica. La rendita l’assicurarono i maialini che essi avevano comprato lattanti e che venivano sguinzagliati nei centri abitati perché fossero ingrassati dall’obolo dei devoti e dai rifiuti degli abitanti. Il piedistallo dell’espediente su cui si sarebbe sviluppato un fortunato fenomeno di folclore sarebbe derivato da un accorgimento squisitamente economico incrementato dopo il 1311 (Concilio di Vienne), quando Clemente V, minacciato da Filippo il Bello, fece sciogliere l’Ordine dei Templari, e solo una parte residua, per sfuggire alla morte, si camuffò negli Antoniani.

Nella seconda metà del ‘600 Cocullo fu turbato da un’ondata di peste e di freddo echeggiata dalla ripetuta frase ciera poca gente di settant’anni prima. Allora si pensò di celebrare la solennità di Sant’Antonio Abate il 13 giugno [19], ma …come li giorni passati fu eletto per procuratore di santo Antonio il quale li arciprete non li have voluto pubicare nella chiesa quale siame ricorsi da Monsignore et il vicario più presto e dalla sua con dire che non havemo attione di fare li procuratore di Santo Antonio de padua si beno per quello di vienna… (del. 18 giugno 1668). Insomma ci avevano provato, ma le autorità religiose si erano opposte. Ora, considerato che non so quando fu collocata la statua di “Santo Antonio del giglio” nell’unica chiesa attualmente funzionante, non mi resta che avanzare un’ipotesi basata su una realtà: nella stessa chiesa esiste un affresco consistente in un trittico, restaurato nel 1500, che raffigura la Maddalena, Sant’Amico e Sant’Antonio; e che la figura di quest’ultimo, alla base, dove dovrebbe stare il porcellino, presenta una vistosa abrasione (chi ne fu l’autore?): credo si trattò di un rozzo tentativo di cancellare la bestiola; e poi fanno pensare il colore bianco del saio (che però Sant’Antonio da Padova indossò per poco tempo e agli inizi, quando fu Agostiniano e quindi dapprima era appartenuto all’Ordine che più tardi avrebbe inquadrato gli Antoniani) e poi qualcuno avrebbe provveduto, suggerendo poi di far comprare una statua di Sant’Antonio da Padova, a cui avrebbe apportato le seguenti modifiche: il giglio stretto al petto con una mano aperta (che però sembra appiccicato), l’assenza della fiamma (simbolo dell’ardore religioso e del “fuoco di Sant’Antonio”), abbastanza comune nell’iconografia dell’Abate. I dubbi restano, ma il brano della delibera comunale poc’anzi riportato è chiaro. Ho formulato un’ipotesi che potrebbe far ridere; ma l’ho scritta, ridendo io stesso, per l’abrasione!

Ancora, fra le pergamene, di cui si è fatto cenno, reperite nell’Archivio comunale, leggiamo il manoscritto del 13 marzo 1596 (il più eloquente in proposito, anche se si riferisce alla cappella della chiesa di San Nicola) con cui Fra’ Paolo Isareio, professore di sacra teologia, procuratore e vicario generale dell’Ordine dei Predicatori Domenicani, ricordava ai fedeli cocullesi, che avevano creato la Confraternita del SS.mo Nome di Dio nella chiesa di San Nicola [20] in virtù della predicazione del Rev. P. Fr.Sisto da Colle Corvino [21] dell’Ordine dei Predicatori ed avete fondato ed eretto un altare e una Cappella, desiderando [voi] che questa istituzione, ordinazione e fondazione siano da Noi accettate, approvate, e avete chiesto molto vivamente [quanto sopra], per mezzo della mediazione di Matteo Ruggeri di detto paese, di confermare con nostri scritti espliciti. Accettando di degnarci di ammettere, approvare e confermare con grazie e favori particolari detta vostra Confraternita, Noi, convinti dalle vostre sollecitudini e dalle pie istanze, accettiamo, approviamo e confermiamo, con l’autorità apostolica che ci è concessa, detta Confraternita istituita come detto, e aggiungiamo vigore di perpetua stabilità e [la] erigiamo, poiché è necessario, come la presente Bolla. Omissis. Ammonendo che nel santo giorno della Circoncisione del Signore si debba celebrare nella stessa Cappella, ogni anno, la festività del Santissimo Nome di Dio conformemente alla decisione e al precetto della santa ed eterna memoria di Pio IV (il manoscritto fu confermato da un altro di un collega in data 14 luglio 1616). Nel 1607 a questa Confraternita ne fu associata un’altra con decreto provocato dalla supplica di Taddeo Tirabassi per intercessione di Matteo Ruggeri, un discendente dei conti Ruggeri? Secoli addietro era sorto lo “spitale” cocullese forse ad opera di Don Giovanni magari influenzato da qualche Templare che accompagnava Carlo II d’Angiò quando costui andò a prelevare Pietro del Morrone alla Badia e nacque una frateria che confluirà nell’ “Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Agostino di Sant’Antonio Abate”. Dieci anni dopo l’Ordine sarà approvato dal Papa e confermato un secolo più tardi con una bolla di Onorio III (l’assistenza era un precetto da osservare: in questa si riflette l’immagine di Cristo). A Cocullo, ripeto, come affermò in un documento datato 14 luglio 1616 il prelato degli Agostiniani e Generale dell’Ospedale di Sant’Antonio Viennese [22], confermò che la cappella cocullese di Sant’Antonio di Vienne – “che non è dotata della cura delle anime” – era una grangia della Rettoria Generale dell’Ospedale “siti e posti vicino e fuori le mura della Porta Capuana di Napoli”.

Nel 1865 ancora funzionava la chiesa di Sant’Antonio Abate, “impecettata” in conseguenza del terribile terremoto dei primi del ‘700.

Ora torno alle origini del complesso edilizio antoniano e della evoluzione di quello. Premesso che i terremoti, le pestilenze e il trascorrere dei secoli non permettono di risalire ad epoche antecedenti al XVI secolo, notizia certa dell’esistenza di una struttura caritativa adiacente alla cappella di Sant’Antonio Abate ci porta quindi all’anno 1537 (manoscritto del 16 maggio 1537), con cui si avvertivano i Cocullesi che l’anno prima “la Sede Apostolica aveva concesso benefici a diverse istituzioni religiose degli Agostiniani [23] di Sant’Antonio Viennese”: comunicò che anche l’ “hospitale” cocullese di Sant’Antonio da Padova, da poco ricostruito ex novo vicino alle mura del paese, deve essere soggetto alla stessa disciplina. Intanto, “affinché non venga meno il rispetto della detta università e degli uomini verso il procuratore del beato Antonio Viennese ma viepiù si vivifichi, è necessario che si osservi l’ospitalità in ogni forma e modo migliore, ed assegniamo in amministrazione perpetua ai saggi uomini Marino Risio, camerlengo, e Antonio Lisciotti e Giovani de Milana, massari, detto hospitale con tutti i suoi frutti e proventi, assoggettandolo alle seguenti regole”. Segue l’enunciazione delle stesse: 1- che l’ospizio sia mantenuto sempre in buono stato e sempre provvisto e ben attrezzato per dare ricovero ai poveri; 2- che ogni anno sia nominato un procuratore dall’univeristà e che gli renda conto della sua amministrazione in un registro di bilancio; 3- che detto ospizio possa contare su un responsabile il quale non accetti ricompense; 4- che con cadenza annuale l’università paghi una retta per le entrate e per le elemosine all’amministratore generale di Napoli. Ricordo la frase del prelato Giovanni Velasco, Commissario generale e procuratore di Sant’Antonio Viennese con cui lo stesso aveva specificato che accanto all’ “hospitale” sorgeva una cappella: …Per cui venendo io, Giovanni predetto, venuto a sapere di un ospedale sotto la denominazione dello stesso Sant’Antonio, sito e posto fuori e vicino le mura del castello di Cocullo, nella via e presso i muri e la cappella di Sant’Antonio da Padova… [24]

Oggi della chiesetta del Santo Abate (fu definito “glorioso” in varie delibere del Consiglio comunale), chiesa eretta su un sito sicuramente localizzato anche per il ritrovamento di qualche raro reperto che fa pensare al tardo stile romanico abruzzese, resta qualche muro smozzicato che emerge fra un ammasso di macerie e di rovi. Lì vicino sorgono alcune stalle malandate e abbandonate che indubbiamente erano state ricavate dai vani dell’ospizio. Poco oltre rovine, soltanto rovine: potevano essere i resti delle strutture originarie. Già nella mia fanciullezza lì c’erano solo distruzione e abbandono. Restava soltanto (più che in varie parti dell’Italia centrale, particolarmente in molti paesi dell’Abruzzo marsicano e marrucino) un vago ricordo nelle manifestazioni profane caratterizzanti la cornice della ricorrenza della festività e dell’offerta caritativa: a Cocullo i ragazzi più grandi di me (qualche volta mi aggregai a loro) giravano – con cesti e con qualche strumento musicale vero o di fortuna, come barattoli di latta – per le vie del paese a cercare cacio. frutta e caramelle. Purtroppo le usanze sono cambiate; si preferisce Alluin, ignorando che l’Abruzzo è ricco di tradizioni radicate in abitudini antiche e suggestive che gli scimmiottamenti possono (ed hanno potuto) alterare. Che triste destino è toccato alla “gloria” del Santo! Recita la deliberazione com.le del 7 ottobre 1652: …come li procuratori del glorioso Santo Antonio anno fatto venire li pittore per fare alcuni miracoli della vita de detto Santo pero cisone alcune salme di Grano, et dicono volerle spendere per detta pittura. Da tutti estato ordinato et risolutoche li Procuratori de detto Santo facciano fare detti miracoli et quello Che sarranno piu necissario pero li Massari et detti Procoratori facciano li patto col detto pittore… (LC). Dal che si evince che la piccola struttura poteva contenere un altro scrigno d’arte dopo che le pareti della chiesetta di Sant’Antonio erano state affrescate alla metà del ‘600: eppure, fu uno dei santi più importanti del pantheon cristiano di Cocullo, mentre ora non ha neanche una dimora, mentre in passato ebbe anche il sagrista-custode che, oltre a servire nelle funzioni religiose e ad assolvere i compiti dello “hospitaliero”. Chissà, se rinascesse Cesare Marchione, come si orienterebbe in quella desolazione: …Come noi ne ritrovame, senza hospitaliero, et siamo obligati a tenerce uno la detta Università pero cie Cesaro di Donato marchione quale vorria servire al detto Santo et servire anco per balio e fare tutto quello che puote pero vorriaessere franco de Collette, et vole uno pare de scarpe lanno. Da tutti… che al detti Cesare selli dia il possesso di spitaliero e selli faccia lonventario di tutto quelle che si trova a santo antonio… (del. 12 novembre 1655).

Note
[1] Opposizione: “anziché”.
[2] Costruzioni.
[3] Indispensabili.
[4] Adeguate.
[5] (NdA)-Alla fine del 1200, specialmente dopo la celebrazione del Concilio di Lione ed il successivo affrancamento degli eremiti agostiniani da parte di papa Nicolò IV, molti ordini di frati eremiti confluirono in quello degli ermiti agostiniani.
Come faranno i frati Antoniani.
[6] Il il bastone del pellegrino terminava con una specie di croce a forma di tau, come la croce cucita sull’abito che indossavano gli Antoniani.
[7] Berlino, un ultranovantenne casalano, ricorda che prima la festa del suo paese (quella che oggi è dedicata a San Marco) era intitolata a San Giovanni, nome con cui era appellato Marco dagli ebrei (Atti). Il leone simboleggia San Marco, il cui nome originario era Giovanni.
[8] Berlino, un ultranovantenne casalano, ricorda che prima la festa del suo paese (quella che oggi è dedicata a San Marco) era intitolata a San Giovanni, nome con cui era appellato Marco dagli ebrei (Atti). Il leone simboleggia San Marco, il cui nome originario era Giovanni.
[9] Questo papa indisse la prima crociate nel 1095 allorché la “predicazione” del “Dio lo vult” motto creato e diffuso dall’eremita francese Pietro aveva spinto gli straccioni, disorganizzati e malissimo armati, a farsi massacrare dai Musulmani, per cui Urbano al concilio di Clermont invitò i nobili a parteciparvi per proteggere i pellegrini in Terrasanta (Crociata “dei poveri”). In quel tempo (forse qualcuno già era nato da qualche anno) sorsero gli Ordini dei Monaci-guerrieri. Dalla Francia meridionale gli Ordini si erano diffusi subito in Occidente.
[10] Questo papa indisse la prima crociate nel 1095 allorché la “predicazione” del “Dio lo vult” motto creato e diffuso dall’eremita francese Pietro aveva spinto gli straccioni, disorganizzati e malissimo armati, a farsi massacrare dai Musulmani, per cui Urbano al concilio di Clermont invitò i nobili a parteciparvi per proteggere i pellegrini in Terrasanta (Crociata “dei poveri”). In quel tempo (forse qualcuno già era nato da qualche anno) sorsero gli Ordini dei Monaci-guerrieri. Dalla Francia meridionale gli Ordini si erano diffusi subito in Occidente.
[9] Sono certo che fosse di Sant’Antonio Abate, anche se non tutti i manoscritti sono concordi: due citano l’hospitale di Sant’Antonio da Padova. Un manoscritto è abraso e lacero; gli altri parlano dell’hospitale di Sant’Antonio Viennese: ho l’impressione che la confusione seicentesca, a Cocullo, l’abbiano ingenerata i manoscritti del Santo da Padova (manoscritti poi smentiti dal Vescovado della nostra Diocesi): si voleva introdurre il culto di Sant’Antonio da Padova?
[11] La data è sintomatica.
[12] Interiora (dal greco “énteron” con la terminale “isco”.
[13] Il che lascia sottintendere l’esistenza di un uso simile se non uguale a quello dei “porcellini sacri”.
[14] Oggi qui in paese esiste una foto che dicono essere stata scattata nel sito della statuina che io avevo visto in una scultura del tutto diversa da quella raffigurata nella fotografia in circolazione: era una statua, sia pure di dimensioni ridotte, mentre quella della foto attuale è un bassorilievo che riproduce l’immagine (assolutamente diversa) più diffusa nell’icnografia dell’Abate egiziano, in vecchiaia e con una lunga barba. Ma ciò conta poco in questo contesto, perché l’esistenza dello “spitale” e della cappella è sufficientemente documentata. Due-tre persone della terza età mi hanno detto di aver visto il bassorilievo contenuto in una larga lastra di pietre, appoggiata ai ruderi di un muretto?
[15] Molto probabilmente il patrimonio della frateria di Sant’Antonio fu ereditato da quello della Confraternita del Rosario (chiesa della Madonna delle Grazie). Successivamente le “robbe”di tutte le chiese furono trasferite in quella parrocchiale di S. Egidio-S. Domenico.
[16] Molto più tardi le Confraternite saranno private dei loro beni dai Napoleonidi.
[17] Mons. Febonio nel 3° volume delle sue Memorie stigmatizzò il comportamento dei Cocullesi i quali celebravano solennemente la festa di San Domenico e ignoravano Don Giovanni. Corsignani, vescovo della nostra Diocesi nel ‘700, parla di un Giovanni di Cocullo religioso celestino nel ‘269 e di un altro nel ‘289. Io penso che potrebbe trattarsi della stessa persona, considerato che l’intervallo di 9 anni fra il 1269 e il 1289 si potrebbe adattare allo stesso Giovanni (forse nel 1269 era abate e venti anni dopo Superiore Generale dei Celestini Spirituali irriducibili).
[18] Un bassorilievo rinvenuto fra le macerie lo ritrae vecchio e con la barba fluente come lo vuole l’iconografia.
[19] Era una vecchia aspirazione; c’era lo zampino spagnoleggiante dei castellani?
[20] Già cappella.
[21] Se questo predicatore fu colui che poi sarebbe diventato Papa Sisto V Peretti (come denuncerebbe l’arma scolpita sul portale, io penso), la predicazione non poteva risalire a prima degli anni ’40 del Cinquecento, essendo il futuro pontefice nato nel 1520. In proposito si può rilevare, per inciso, l’eventuale collegamento di questo episodio con le successive vicende legate alla signoria cocullese dei Peretti, a cui il Piccolomini avrebbero venduto la contea nel 1591.
[22] Già tre secoli prima, a Montecassino, i Benedettini (nell’Ordine confluirà la corrente degli Antoniani) possedevano la “casa degli infermi”.
[23] Ricordate il colore del saio nel trittico all’interno della chiesa della Madonna delle Grazie?
[24] Dalla lettura della pergamena sembrerebbe che la confusione tra i due Santi omonimi sia fittizia, e derivante dalla allora recente Bolla pontificia che stabiliva l’assorbimento di diversi Ordini religiosi nell’Ordine di Sant’Agostino.

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