Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#91 - 07/06/2022

Cronisti e Serpari
Finita la festa, gabbat' lu sant'

Turisti, curiosi e studiosi pullulano a Cocullo la prima domenica di maggio. In gran parte i corrispondenti sfollano quasi come i commercianti delle bancarelle, smobilitano con camere televisive e attrezzi vari dopo aver ripreso l’immancabile caccia ai serpi ed attinto frettolosamente in fantasie da qualche disinformato spesso neanche paesano o a qualunque abitante di Cocullo che, per quel che mi rissulta, si è preso mai la briga di studiare almeno le fasi più importanti della complessa ma notevolissima vicenda domenicana) il quale snocciola metafore facendole passare per fiabe che di tanto in tanto vengono animate.
Fino a quando la ricorrenza del “dies natalis” di S. Domenico sarà definita “festa dei serpi”?
Gli albori del Cristianesimo marsicano (e in particolare cocullese) furono stemperati nel colore dell’atmosfera umbra: erano il Beato Giovanni [Vedi nota 1, in fondo al testo] (folignate), San Francesco (assisiate), il nostro Patrono San Domenico (folignate), sono umbri pure alcuni toponimi come “Sant’Orsola” [2]. Ma questo panorama si profilò alla mia maturità. Invece da fanciullo mi affascinava una “festa” originale, e poi più mi affascinò per la spiegazione del rituale che mi aveva dato mamma (la quale, venuta a Cocullo dopo aver superato il concorso magistrale e stupita a sua volta per l’originalità del rituale, visitò l’Arciprete Parroco Don Loreto Marchione, umanista, molto colto e noto a personalità dell’arte e della cultura, e costui le disse di antichissime usanze - “che risalivano alla notte dei tempi”: così si espresse poi mamma -, usanze confluite nella tradizione salvata da un grande santo il quale aveva interceduto presso il Signore affinché il rito fosse accolto nel grembo della Chiesa cattolica).
Allorché cominciai a frequentare i primi archivi ero già convinto dell’arcaicità del rito e volli documentarmi per articolare i dati da acquisire per mia scienza e per un’esposizione più semplice e realistica nel caso ne fossi richiesto. L’unica fonte sicura mi sembrò la “Cronaca del Monastero di Montecassino” del Card. Leone Ostiense [3], il quale non scrisse mai esplicitamente che il monaco da lui nominato fosse il nostro futuro Patrono, ma fornì deduzioni coincidenti in modo impressionante con accreditati agiografie e saggi successivi.
Al tempo di San Domenico Leone Marsicano scrisse che Azzo, nominando in sua vece superiore il confratello Domenico che egli stesso aveva fatto monaco, uscì dal monastero per predicare il ritorno all’ortodossia dei religiosi sbandati, e che poi quel Domenico, venendo a conoscenza della morte di Azzo, uscì a sua volta ad imitazione dell’energia del suo maestro. E una quarantina di pagine appresso: In quei giorni, vale a dire nell’anno 1031 del Signore (gen.22) il beato Domenico, autore di grandi e mirabili opere, fondatore di molti cenobi, passò al Signore, quasi ottuagenario, a Sora, città della Campania, e fu sepolto nel monastero vicino a Sora, ora chiamato con lo stesso nome.
Più in là aggiunge che nel 1017 (cioè quando San Domenico aveva circa 66 anni Azzo, nominando in sua vece superiore il confratello Domenico che egli stesso aveva fatto monaco, uscì dal monastero ecc. ecc.”
Riporto di seguito i più importanti segnali da me reperiti: stralcio della Bolla pontificia del 1824 e saggio (riproducente documenti d’archivio) del professor A. Melchiorre, Direttore dell’Archivio Diocesano dei Marsi, il quale riporta, a sostegno del suo saggio sull’origine del culto:
1) Petizione- Il clero di Cucullo, della Diocesi di Sulmona, celebra la ricorrenza di San Domenico Abate, assegnata dal Martirologio Romano al 22 gennaio, con Ufficio e Messa propri; ma poiché la Gente dei Luoghi circostanti,in quella stagione, per l’asprezza delle vie, è ostacolata a raggiungere quella Chiesa posta sulle montagne, così è prevalsa l’abitudine di trasferire la Solennità esterna al primo giovedì di Maggio. Autorizzazione- In verità affinché la Folla nel giorno stabilito non cessi dal render le lodi del Santo Abate, il Parroco e il Clero del Luogo su detto hanno supplicato assai umilmente il Santissimo Signor Nostro Leone XII Pontefice Massimo affinché detto giorno d’ora in avanti valga come se fosse Consacrato al Patrocinio di San Domenico, e in esso si possa recitare l’Ufficio, e celebrare la Messa come nel giorno 22 di Gennaio. Sua Santità per me sottoscritto, relatore Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, ha benignamente accordato che il rito, nel rispetto della liturgia, vi sia la duplicazione di maggio. Nel giorno 27 Aprile 1824. Card. Giulio di Somalia, Vescovo Ostiense, vice cancelliere di Santa Chiesa e Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti.

Il Direttore dell’Archivio Diocesano dei Marsi riporta, a sostegno del suo saggio sull’origine del culto, la descrizione di una strana forma di devozione da parte di una società subalterna, interpretata per la classe colta da uno scienziato aquilano di cui riporta la conclusione (riassunto):

2)- Il prof. Melchiorre riporta un passo degli Annali dell’Antinori in cui si dice che il culto del Santo sarebbe stato originato “dai monaci di San Pietro del Lago, e precisamente da Vincenzo e Marino di Anversa e Angelo di Casale di Bugnara, scrivendo testualmente Da quei monaci s’era propagata in Cucullo la venerazione di S. Domenico Abate e fondatore del Monastero di S. Pietro. In nota, a margine del testo l’Antinori aggiunge perfino la data: 22 Aug.1392”.
E continua “Sintomatici, al riguardo, possono essere alcuni fogli manoscritti del 1778, provenienti da Magliano e indirizzati al Vescovo dei Marsi, in cui vengono denunciate le azioni di violenza ed immoralità commesse, nel maggio di quell’anno, dal chierico Cassiano Pozzi ed altri giovinastri in località Femina Morta presso il valico di Forca Caruso. Il chierico ed i suoi giovani amici si recavano in pellegrinaggio al Santuario di Cocullo e, strada facendo, si preparavano spiritualmente all’incontro con il Santo cantando canzoni ignominiose ed assalendo i viandanti che incontravano sul loro cammino…” E continua riferendosi alla partecipazione delle classi colte ed egemoni riportando l’esempio “del medico aquilano Venanzio Lupacchini, scienziato, illuminista e razionalista, autore di scrittti scientifici sull’idrofobia, il quale, morso da un cane rabbioso e visti inutili tutti i rimedi della medicina,
volle sperimentare le virtù taumaturgiche e venne a Cocullo nel giorno della festa del Santo: guarì, tornò ai suoi studi e concluse che “i culti popolari nascono molto spesso da un processo di reinterpretazione allegorica della liturgia ufficiale e dalle norme e consuetudini stabilite dalla comunità organizzata...”
Stabilitomi a Roma ebbi la possibilità di dilettarmi anche negli archivi e nelle biblioteche romani, e, allorché fui collocato a riposo riordinai tutti gli appunti presi (ovviamente compresi quelli abruzzesi -L’Aquila, Cocullo,ecc.-) e poi li meditai leggendo autori di vaglia che avevano seriamente studiato le origini del culto cocullese: il primo lume venne dal professor Profeta, il quale, peraltro, faceva risalire le origini ai riferimenti sicuri, cioè al 1589 (relazione di una Visita Pastorale) [4], pur non escludendo la preesistenza di culti (“Un culto pastorale sull’Appennino”, Libreria Universitaria Editrice, Pescara 1988): pure il professore riporta il brano dell’anonimo cocullese che io avevo letto nell’Archivio com.le di Cocullo e che riassumo in corsivo: Nel 1781 [5] un anonimo [6] cocullese spedì da Sulmona una lettera al re in cui chiedeva di far chiudere un’osteria, sita vicino alla chiesa di San Domenico, dove si celebrava un rito offensivo verso il Santo.
A questo punto era prepotentemente spontanea l’associazione articolata solennità esterna (Bolla del 1824)-chierico Pozzi e medico Lupacchini (Melchiorre)-osteria blasfema (1781)- Profeta.
E allora? Per favore, quando qualcuno vi chiede qualcosa sul nostro Patrono, non parlate più di fave, cioè delle metafore valide al tempo di una società sottosviluppata, ma di un Santo fra i più grandi riformatori del 1000 la cui immagine appare affrescata accanto a quella del suo predecessore S.Benedetto in alcune cripte di cattedrali, il quale fu pure eremita e per la frequentazione nelle grotte ebbe dimestichezza con i serpi come tutti gli eremiti (v. serpe scolpito e poi avvolto attorno alla croce celestina ed il serpe ospitale con S. Celestino in A. Bartlomei Romagnoli) bestia che ne divenne orpello come il maialino; un Santo che da semplice monaco già era noto a molte personalità fra cui tre Pontefici (addirittura fu beatificato da Papa Pasquale II [7] una settantina d’anni dopo la sua morte); soprattutto un Santo che ebbe il privilegio di sublimare il rituale, purgato delle scorie pagane dalla Chiesa Cattolica che non fu ostile alle tradizioni da Sant’Agostino al recente Concilio Vaticano II. Insomma il folclore religioso non può prescindere dalla divinità ed attira sempre i devoti; la sagra paesana non ha devoti e finisce con lo stufare i curiosi.
Questa è la mia tesi; credete ch’io stesso ne sia convinto al cento per cento. Veramente credo abbastanza a quanto scrive il Card. Ostiense; gli altri periodi da me riportati mi sembrano i più logici per tentare una ricostruzione. D’altronde non è facile indagare nelle cose divine.
Poiché non ho fatto cenno agli spostamenti dell’eremita, che d’altronde sono stati illustrati da vari agiografi, ripropongo alla attenzione la fonte più importante ed attendibile in cui attingere per dar principio al raccontino:
Al tempo di San Domenico Leone Marsicano scrisse che Azzo, nominando in sua vece superiore il confratello Domenico che egli stesso aveva fatto monaco”, uscì dal monastero per predicare il ritorno all’ortodossia dei religiosi sbandati, e che poi il nostro Patrono, venendo a conoscenza della morte di Azzo, uscì a sua volta “ad imitazione dell’energia del suo maestro”. E una quarantina di pagine appresso: “In quei giorni, vale a dire nell’anno 1031 del Signore (gen.22) il beato Domenico, autore di grandi e mirabili opere, fondatore di molti cenobi, passò al Signore, quasi ottuagenario, a Sora, città della Campania, e fu sepolto nel monastero vicino a Sora, ora chiamato con lo stesso nome.
Poi aggiunge che nel 1017 Azzo, nominando in sua vece superiore il confratello Domenico che egli stesso aveva fatto monaco”, uscì dal monastero per predicare il ritorno all’ortodossia dei religiosi sbandati, e che poi il nostro Patrono, venendo a conoscenza della morte di Azzo, uscì a sua volta “ad imitazione dell’energia del suo maestro”. E una quarantina di pagine appresso: “In quei giorni, vale a dire nell’anno 1031 del Signore (gen.22) il beato Domenico, autore di grandi e mirabili opere, fondatore di molti cenobi, passò al Signore, quasi ottuagenario, a Sora, città della Campania, e fu sepolto nel monastero vicino a Sora, ora chiamato con lo stesso nome”.

Importante
Quando ho letto i manoscritti (infra) riportati dal prof. Melchiorre e relativi al volgare comportamento del chierico Pozzi, ho gettato quel “rito” nel calderone della “solennità esterna” (così definita nella petizione del 1824 nella quale si possono riassumere i comportamenti di coloro che nel 1781 frequentavano un’osteria che ospitava un cerimoniale blasfemo e di cui qualche anno dopo fu chiesto al re la chiusura) collegandolo con due estratti di antiche delibere adottate dalla “università” cocullese. L’accostamento può sembrare ardito ma io non ritengo che sia così e che possa essere un ottimo collegamento con quelli dell’archivio cocullese e tutti riferibili a dati storici arricchiti, a livello locale, da illustri studiosi marsicani. Costoro hanno descritto i Monasteri di S. Nicola ferrato e di S. Rufino ferrato eretti presso un covo preferito dai briganti per gli agguati. Luigi Colantoni ha affermato che Sotto il Vado di Forca Caruso e sotto l’antico Arco di Livia Augusta, vicino all’antica stazione militare ed ospitaliera del monte Imeo, a contatto della via Valeria, alle falde del medesimo monte Imeo e del monte Baullo, a 1100 metri dal livello del mare, verso il V secolo dell’era cristiana sorse, sotto il titolo di San Rufino, un grandioso monastero ed ospizio con vasto fabbricato, come dimostrano gli avanzi de’ rottami e delle macerie di pietre da fabbrica nell’ampia area ove esso si ergeva nella valle che ancora ritiene la denominazione di San Rufino… Non lontano dal monastero di San Nicola sorgeva quello di San Rufino. Questo monastero già ricordato in documenti del sec. VIII d. C. era edificato nel sito, dove oggi si vedono i ruderi del Casale Masciola, a poca distanza dal luogo ove sorgeva quello di San Nicola di Ferrato. (Grossi-Tarquinio). Il monastero di San Nicola era ubicato un paio di chilometri a destra del passo montano, mentre quello di San Rufino era a sinistra e vicinissimo (itinerario montano) al confine cocullese. I monaci seguivano la regola benedettina, assistevano e ospitavano i viandanti, quindi furono definiti una delle prime Concregazioni Cassinesi di Prima Osservanza (Grossi Tarquinio).
Due secoli fa lo storico marsicano L. Colantoni, confermò che i monaci dei due monasteri in parola – i quali osservarono sempre la Regola benedettina – erano poi confluiti (1300) nella Congregazione degli Spirituali.
Attorno al Mille Ruggero, conte di Celano, fece un grosso lascito (risulta da atti ufficiali che in quel tempo il conte elargì una cospicua ricchezza ai monaci di San Nicola Ferrato).
Nel 1294 papa Celestino V emanò una bolla riunendo le due Congregazioni e portandole alla Badia, casa madre degli Spirituali, facendovi confluire i monaci di San Nicola e San Rufino.
Nel 1296 morì San Celestino e papa Bonifacio VIII due anni dopo, mentre era Superiore frate Giovanni di Cocullo, emanò una bolla con cui annullava parzialmente quella di San Celestino assegnando i monaci, che dipendevano dalla Diocesi dei Marsi, cioè quelli di San Nicola che avevano a Pescina un ospizio, alle dipendenze dell’ospedale di Santo Stefano in Sassia; mentre i monaci di San Rufino che erano dipendenti della Diocesi “nullius”, rimanevano con i frati Spirituali alla Badia. Cocludo pensando che questi monaci erano francescani che poi seguirono due correnti diverse cioè i conventuali (Pescina) e i poverelli eremiti di San Celestino.

Note
[1] Nella “Vita del beato Giovanni di Foligno”, scritta da Jacobilli, il Beato, nato a Foligno nel 120, praticò l’eremitaggio nella regione dei Marsi. Eresse a Celano la chiesa di San Giovanni Evangelista e nelle plaghe limitrofe edificò altre strutture religiose fra cui un’altra in località Foce in onore di Marco Evangelista, il quale aveva introdotto la fede in questa zona (che ancora apparteneva alla Diocesi di Atina e di cui fu primo vescovo Marco, il discepolo di San Pietro). Aggiunse che Giovanni edificò ancora diverse chiese e strutture religiose sempre nei territori circostanti: questo potrebbe interessare il Casale (Cocullo prima del catastrofico frazionamento) più che il capoluogo. Ricordiamo che mentre Marco era il nome romano dell’Evangelista Giovanni (come fu chiamato nel mondo pagano), Giovanni era quello ebreo (palestinese) e Giovanni Evangelista era chiamato talora con il nome ebreo e talora con quello romano.
[2] Campana di origine umbra (Benincasa).
[3] Il monaco benedettino Leone, dei Conti dei Marsi, poi Cardinale di Ostia, scrisse la “Cronaca”, continuata da pietro Diacono, una settantina d’anni dopo la morte di San Domenico.
[4] In verità un primo documento potrebbe anticipare la data di cinque anni: si tratta di un vecchio busto di San Domenico recentemente rinvenuto nella sagrestia della chiesa e datato 1584.
[5] Da notare che la lettera fu scritta tre anni dopo lo scandalo che aveva suscitato il chierico Pozzi a Forca Caruso mentre scendeva al Santuario di Cocullo.
[6] NdA- Io ho supposto che l’anonimo fosse l’Arciprete Don Crescenzo Arcieri, forse uno dei primi parroci, fra queste montagne, ad essere formati secondo i canoni stabiliti nel Concilio di Trento pur sapendo vivere nell’atmosfera illuministica.
[7] Proprio lo stesso Pontefice che emanò in quegli anni la Bolla in cui citava una chiesa esistente a Cocullo.

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