Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#68 - 30/11/2021

La vendetta e l'astuzia di Frate Cipolla

Il tempo di Boccaccio forse fu uno dei momenti in cui la ricerca e il traffico delle reliquie (Vedi nota 1, in fondo al testo) raggiunse il fulcro, specialmente per l’abitudine che avevano molti crociati o molti fedeli abbienti di riportare reperti della Terrasanta e quindi reliquie di santi o di luoghi santi.

Onde stabilire un rapporto fra questa novella e le rappresentazioni teatrali (più recenti) ritengo opportuno illustrarne le differenze e concludere che la commedia ha una trama lunghetta e può essere leggera o piacevole (non tragica: tragedia). Generalmente è preceduta dall’elencazione degli attori che vi partecipano (“cartellone”). La farsa è una piccola commedia divertente caratterizzata dalla brevità dello svolgimento. Qui ve ne racconto una che sembra appunto una farsa, continuando con un altro spunto che mi ha fornito Boccaccio (l’autore), e lo ripasso con voi: è un brano il quale narra la vicenda di frate Cipolla. Nello svolgimento della narrazione si alternano due ceti sociali diversi fra loro, quello delle persone colte e sagaci (quali il frate, gli amici inseparabili Giovanni e Biagio nonché – probabilmente - l’anonimo padrone della casa dove è ospitato il frate) e quello popolare, e quasi sempre analfabeta o scarsamente istruito: Guccio e Nuta. Nella novella compaiono i seguenti personaggi: -Frate Cipolla ha un ottimo eloquio, è ottimista e scherzoso, arguto e sveglio, pronto a replicare subito, con la sua indole spiritosa, a qualunque contrarietà e volgerla a suo favore; -Giovanni e Biagio sono vecchi conoscenti del predicatore e lo conoscono bene, sanno che non si perderà d’animo alla scoperta della burla giocatagli e sono curiosi di conoscerne la reazione. In materia religiosa sono scettici; -il padrone del palazzo che ospita il religioso: posso immaginare che anche lui sia amico del frate e che appartenga alla stessa classe di lui. -SONO di bassa condizione sociale e poveri soprattutto intellettualmente Guccio e Nuta: il primo è il contrario del padrone e, stupido com’è, cerca di imitarne in modo disordinato e strampalato, l’oratoria per convincere Nuta a condividere il suo amore. Sapendolo ritardato psichico il religioso non lo rimprovera per l’abbandono della sorveglianza della sua camera quando vi erano entrati furtivamente Biagio e Giovanni. Della seconda (Nuta) sappiamo che è la cuoca degli anfitrioni e la passione di Guccio; pur essendo procace (Boccaccio ne descrive le “poppe” grosse) è brutta.

A Certaldo (una cittadina vicina a Firenze che ai tempi di Boccaccio era un ameno paese appollaiato sulle pendici di una delle dolci colline le quali fanno corona alla città) andava spesso lo stesso monaco per riscuotere le elemosine raccolte tra i fedeli. Si chiamava Cipolla, e ormai era noto e benvoluto dagli abitanti perché portava sempre la benedizione alle loro bestie domestiche. In occasione di una visita promise ai fedeli che avrebbe donato alla chiesa del paese una reliquia dell’Arcangelo Gabriele e mantenne la parola allorché ci tornò nell’anno successivo. Infatti dopo un anno il religioso portò con sé, oltre al suo servo, di nome Guccio, una piuma di pappagallo per far credere ai Certaldesi che quella fosse una reliquia dell’Arcangelo. Quando il frate mostrò ai Certaldesi, in ansia per la lunga attesa, la reliquia che fra’ Cipolla aveva promesso nella visita precedente, due paesani, Biagio e Giovanni, intimi del religioso, entrarono in silenzio e senza esser visti nell’anticamera del palazzo, dove era alloggiato Guccio, a cui aveva fatto colpo la serva-cuoca, e dove dormiva Cipolla il “guardiano” penetrando nella successiva camera rubando la piuma e sostituendola con un paio di carboni (i due avevano approfittato dell’assenza di Guccio, che riposava nell’anticamera di quella del padrone e che si era allontanato per fare la corte a Nuta, la cuoca che lo aveva impressionato per la sua procacità). Quando il povero Cipolla aprì il prezioso pacchetto, si accorse subito del tiro mancino e rifletté subito su chi lo avesse potuto fare: si trattava di uno scherzo di persone capaci e quindi escluse Guccio, perché era a lui fedele ma sufficientemente fesso. Frate Cipolla era una persona molto intelligente e colta, e pertanto non si perse d’animo. Per non fare brutta figura, immediatamente fece ricorso ad una bugia pietosa inventando agli astanti, dopo averli pregati di non annoiarsi, di essere andato a San Lorenzo (2) e lì gli avevano dato in regalo delle reliquie fra cui quella con i frammenti di carbone su cui era stato arso il Santo titolare della chiesa. Poiché le teche (scatole in cui sono contenute le reliquie) erano tutte uguali, il monaco le aveva confuse perché, avvicinandosi il giorno della ricorrenza del martirio di quel santo, le reliquie di lui reliquie erano molte. Terminata la riunione e rimasti soli con il frate, Giovanni e Biagio gli si avvicinarono ridendo e confessando lo scherzo: lo avevano fatto per vedere come il frate si sarebbe comportato conoscendone l’acutezza di spirito e gli restituirono la piuma di pappagallo. Cipolla rise ancora più di cuore perché, spiegò, non tanto era ricorso a quello stratagemma per imbrogliare la gente, ma perché, immaginando che gli autori dello scherzo erano stati i due burloni, voleva ritorcere la beffa su di loro e …convincerli ad incrementare la somma raccolta. A questo punto possiamo immaginare che Biagio e Giovanni non si siano potuti esentare dal raddoppiare l’offerta, visto che la loro condizione sociale ed economica esigeva che offrissero almeno il doppio degli altri offerenti.

Pur non essendo una favola, questa novella ha un fine moraleggiante: chi crede di essere furbo trova sempre qualcuno che lo prende in giro perché è più furbo di lui.

Note
(1) Le reliquie sono una rappresentazione concreta della presenza dei santi o dei martiri. Ma a quel tempo, specialmente quando ci si rivolgeva al volgo, bisognava ricorrere alla metafora.
(2) Una chiesa di Firenze.

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