Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#25 - 03/02/2021
Religione popolare e folclore a Cocullo

Religione popolare e folclore a Cocullo

Quando io voglio convincere me stesso della verosimiglianza di un mio assunto esordisco, in tono provocatorio, con affermazioni la cui trattazione non è alla portata di chi, come me, è un dilettante e non ha una seria preparazione in fatto religioso. Intendo infatti trattare un tema che non è per me, ma cerco di svolgerlo perché interessa i veri Cocullesi. Non se n’abbiano coloro che sostengono l’inconciliabilità tra religione e folclore.
Sappiamo cosa avvenne dopo che il Cristianesimo aveva avuto i martiri e i “confessori della fede”, dopo l’emanazione degli editti costantiniano e teodosiano, dopo l’inizio dell’affrancamento degli schiavi ad opera di alcuni santi riformatori (uno dei primi fu San Domenico di Sora), i notabili barbari cominciarono a convertirsi, anticipati dai Longobardi (i quali forse avevano fiutato la potenza della Chiesa medioevale); essi erano stati preceduti solo dalle loro dame, ma allorché abbracciarono la nuova religione non seppero staccarsi dagli orpelli idolatrici tramandati dalle tradizioni locali.
Se non si è influenzati, nei confronti della religione, né dall’idealismo puro né dal razionalismo né dall’agnosticismo, forse non sarà molto difficile capire che la modalità con cui al paganesimo, ormai privo di contenuti, subentrò il cristianesimo, suscita minori perplessità di quanto fanno intendere certi sociologi e antropologi pur rispettabili. Secondo me la sfaccettatura folcloristica non è una semplice pennellata di colore più o meno profano né tampoco un fenomeno di “religione subalterna”, cioè un sovrapporsi di riti della tradizione popolare alle cerimonie religiose: la nostra “processione con i serpi” è un dettaglio originale e che attesta l’antichità del rituale evocante un antico rito pagano il quale espresse l’esigenza spirituale che è insita negli uomini. Ora che il Cristianesimo ha soddisfatto quell’esigenza sostituendosi con i suoi valori agli idoli freddi; quindi gli orpelli tramandati (non soltanto dal popolo) sono stati accettati dalla Chiesa ma come ornamento e simbolo del potere del Santo sulla bestia. Naturalmente in un primo momento ci fu confusione tra i vecchi riti e le regole cristiane: penso che all’inizio i monaci e le autorità religiose incontrarono resistenze, ma poi, presi dall’entusiasmo nel constatare che il Credo era stato accolto con tanto fervore, non stimarono opportuno appannare le tradizioni di gente rozza e ingenua: un vescovo francese fece costruire una chiesette sulle rive di un lago adorato da pagani cristianizzati, nel 788 Grimoaldo, duca di Benevento e figlio del principe Arechis, adorava un serpe d’oro e nel contempo era benefattore (insieme al padre) dei Benedettini. Episodi lontani, certo; ma se nelle manifestazioni folkloristico-religiose risalta la fede (che è inestinguibile) nei devoti (in passato le “compagnie” di pellegrini scendevano dalla montagna cantando pure con la neve di gennaio) allora la Chiesa è stata sempre tollerante. E se è vero che la “processione con i serpi” richiama un rito mitico, è altrettanto vero che essa non è una manifestazione subalterna la quale si sovrappone alla cerimonia religiosa, ma il ricordo plastico di come si espresse l’esigenza spirituale di tempi idolatrici: insomma il Cristianesimo ha soddisfatto quell’esigenza vanificando le credenze ataviche con il calore ed i valori della nuova religione; e se alcune scorie pagane sono state tramandate dalla tradizione, quelle sono divenute ornamento della statua del Santo diventando simbolo del potere dello stesso sugli idoli freddi. La Chiesa recentemente ha ribadito questo principio:
(La Chiesa) procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo. (Concilio Vaticano II- “LUMEN”- CAPO II).
Perché la fede è il nutrimento dello spirito, e nella sfaccettatura religiosa è il fondamento dell’ideale di ogni religione, in particolare di quella cristiana. Questa, nei secoli, a volte (specialmente nei “secoli di ferro”) si attenuò, ma fu ravvivata prima dagli anacoreti poi dai martiri poi dai santi riformatori e dai monaci cenobiti.

Sembra che finalmente entro quest’anno potrebbero essere indette le gare d’appalto per l’inizio dei lavori di restauro del Santuario (chiesa del Patrono): non è giusto che il simulacro di San Domenico sia stato ospite in una sia pure antica e ricca chiesetta (monumento nazionale), per dodici anni, nientemeno dal terremoto del 2009!!! Accanto alla mitica tradizione, l’importanza e la fama del cerimoniale folkloristico-religioso dovrebbe consistere nel fatto che il Santo, portando la luce del faro cassinese in luoghi isolati, aspri e lontani (Vedi nota 1, in fondo al testo) dalle lotte feudali, è stato uno dei primi riformatori del monachesimo e di una Chiesa in bilico per le trasgressioni dei chierici e di alcuni frati nonché per le eresie e contrasti con certi signorotti. A lui e alla sua attività accennò papa Gregorio; più preciso è stato in un saggio, qualche diecina di anni fa, l’illustre medioevalista Giorgio Picasso (“Il Sannio e i Sanniti”, Garzanti-Scheiwiller”). Nella “Cronaca del Monastero di Montecassino” Leone Ostiense (1046-1116: quindi sarebbe nato appena quindici anni dopo la morte di San Domenico), il quale redasse la storia di quella abbazia dal “dies natalis” di San Benedetto fino al 1075, che fu monaco della stessa prima di essere nominato Vescovo di Ostia e che apparteneva alla famiglia dei conti dei Marsi, scrisse: In quei giorni, vale a dire nell’anno del Signore 1031 (genn. 22) il beato (la sottolineatura è mia) Domenico, autore di grandi e mirabili opere, fondatore di molti cenobi, passò al Signore, quasi ottuagenario, a Sora, città della Campania, e fu sepolto nel monastero vicino a Sora, ora chiamato con lo stesso nome (2).
I monaci, sull’esempio di quelli del monastero cassinese, avevano cominciato a lavorare su terreni fertili o già dissodati, avevano eretto un po’ dovunque “presidi” e li avevano messi alle dipendenze dei rispettivi monasteri. Prima del 1020 il superiore del monastero di Montecassino aveva lasciato a San Domenico la sua carica e, dopo che un monaco gli aveva riferito la morte del suo predecessore, era uscito dal monastero stesso e …il suddetto Domenico, ad imitazione dell’energia del suo maestro, costruì, non lontano dal monastero, una rocca detta “Tra i monti” e vi stabilì alle dipendenze di essa i coloni che prima abitavano in località Civitella. Organizzati, i religiosi accolsero nelle loro “curtes” le folle veramente convertite, ma gelose delle loro tradizioni, ritenendo che le scorie fossero purificate dalla fede: il folclore religioso era nato nei monasteri! A Sulmona (Badia), nell’Abbazia di Santo Spirito (3), che è molto vicina a Cocullo, è scolpito un serpe avvolto nella croce: lo scultore forse significò che gli adoratori della bestia avevano abbracciato la Croce di Cristo! E i Celestini fusero la solidarietà umana, fiorita a “Furca Ferrati” (Forca Caruso) ad opera di monaci dell’antico Monastero di San Rufino e i quali solo più tardi saranno compresi nell’Ordine Benedettino, con la carità cristiana perfezionata tre secoli più tardi dai frati di San Celestino e infine dalle sue “Fraterie”, antesignane delle Confraternite. Le importanti componenti della solidarietà e della carità, ventilate dall’Abate Sant’Antonio, oggi qui sono espresse compiutamente dall’Abate San Domenico.

Note
(1) Nel suo vagare pure a Cocullo forse eresse (anzi secondo Jacobilli eresse) un monastero: lo desumo da pochi indizi; eresse anche alcune grange (è molto verosimile che abbia costruito lui quella di San Giovanni in Campo, la cui esistenza fu attestata molti secoli fa come dipendente da Montecassino); non cito altre costruzioni che però sembra aver fatto costruire da queste parti: in locaita Cese “in Balva” o “in località Civitella”(zona della campagna cocullese) o San Mercurio (toponimo di una estensione terriera fra Casali e Cocullo), considerato che questo toponimo sarà risuonato in molte zone dopo che Arechis aveva innalzato la grande basilica di Santa Sofia a Benevento e vi aveva sepolto le spoglie di quel martire. Certe notizie delicate e vaghe vanno prese per oro colato solo dopo aver preso visione dei manoscritti originali.
(2) Mi sembra di aver rilevato una imprecisione poco meno che irrilevante perché Leone la commise un paio di anni prima di divenire vescovo, e quindi di lasciare il monastero (se non lo aveva già lasciato), dove scrisse che: …il conte Borrello offrì al suo monastero quello di S. Pietro Avellana che suo padre 44 anni prima aveva dato da costruire al beato Domenico... Allora San Domenico quando morì? Sei anni prima di morire, forse quando era già vescovo, il suo fervore “costruttivo” non si era ancora smorzato? E dove cominciò il suo vagare?
(3) In un primo momento San Celestino, fondatore della Congregazione dei Celestini confluita nell’Ordine Benedettino, chiamò Spirituali i suoi seguaci. In proposito è eloquente un rozzo disegno, risalente ad alcuni secoli fa, che riproduce la piantina della zona circostante a Cocullo, in cui l’abbazia è indicata e definita con il nome “Santo Spirito”: frate Giovanni era Spirituale e tramandò ai Cocullesi questa definizione in cui era riflessa la sua scelta? Aver sfiorato l’eresia, o piuttosto non essere stato simpatico a papa Bonifacio, potrebbe spiegare l’oblio…

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