Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#24 - 26/01/2021
Adolescenza

Adolescenza

Purtroppo quell’età non è uguale per tutti i bimbi. La leggendaria cicogna si è fatta vecchia, per sopravvivere ha fatto un passo in avanti ed è diventata un fiocco appeso alle porte e poi una favola (spesso brutta); poche volte riemerge dal torpore della sbronza a cui l’aveva costretta la disperazione. Ma ormai lo stato in cui è ridotta l’ha resa velleitaria; è divenuta arcigna quando volteggia sui comignoli delle ville signorili o su quelli di focolari spenti perché lì non c’è il calore necessario per forgiare i bambini e prepararli alla vita. Quando poi quell’uccellaccio avverte la fine s’incattivisce e saltella stanca sui tetti delle case abitate da famiglie povere.

Il “figlio della maestra”, nato nel seno di una famiglia semi-agiata che “diventa” agiata in un paesello di montagna, dove neanche i contadini benestanti (magari forniti di bestiame e prodotti agricoli in abbondanza) hanno uno stipendio e il quale paesello allora non si era ancora accorto di essere stato condannato a morte dal soffocamento della pastorizia e dal radicale mutamento dell’economia, non aveva coetanei del ceto medio con cui giocare; ma si adattò facilmente a frequentare i ragazzini della sua età e si trovò molto a suo agio con loro. Anzi, finì con il preferire la compagnia e la condivisione dei giochi con questi. Ma il suo mondo era quello dei coetanei: era stato il cemento della scuola elementare? Come che sia, si trovò così a suo agio che ben presto la frequentazione degli amichetti della fascia sociale leggermente inferiore si fuse perfettamente con quella dei compagnucci di scuola di cui condivise le attività e i giochi. Questo fenomeno indubbiamente fu agevolato anche dall’estrazione sociale della famiglia paterna: il nonno praticava assiduamente la pastorizia (possedeva qualche centinaio di pecore e un bel cane da pastore abruzzese che si chiamava “Sergente”) e l’agricoltura che non gli lasciavano un momento di libertà; solo alla festa del Patrono e nelle solennità religiose importanti si allisciava i baffi davanti allo specchio e saliva in piazza. Più di una volta il nostro “eroe” andò, insieme ai cuginetti con lui ed alcuni suoi amici. Tutti poi trascorrevano le notti estive allo stazzo e, nelle poche ore di riposo che si concedevano gli uomini maturi, i ragazzi cavalcavano gli equini per condurli alle vicine fonti. Trascorso il tempo della mungitura si saliva in montagna per mietere: il grano e le patate di montagna sono più saporiti di quelli della valle. Allora non era stata costruita la strada carrozzabile e il percorso sulle caprarecce richiedeva una spendita di tempo: così si guadagnava qualche ora in più per mietere senza sudare e al chiarore della luna. Per questa ragione, infatti, i contadini partivano la sera e pernottavano al fresco alpestre. Pure il “figlio della maestra” qualche volta salì lassù fornito di coperta. Era entusiasta: forse già capiva che i genitori lo lasciavano libero per fargli acquistare energie fisiche e mentali. La storia della montagna si ripeteva alla raccolta delle patate. Per la vendemmia venivano mobilitati tutti i nipoti non solo per gustare l’uva, ma anche per indirizzare i muli carichi di bigonce piene alla cantina. Quando gli anziani erano impegnati in lavori pesanti il “figlio della maestra” scendeva alla casa di nonna Casilde, la quale, da autentica popolana, gli raccontava nel più schietto dialetto (fu lei che, senza saperlo, gli inculcò l’amore per questo “Idioma” ormai scomparso, di cui poi lui, giovane studente, avrebbe capito la ricchezza sentendolo echeggiare nelle radici dei vocaboli e nelle sintassi delle lingue madri) tante storie e storielle che lo incantavano o contribuivano ad aprirgli la mente e a tramandandogli pure la tradizione. Il nostro aveva i famosi “sette spiriti”, e la dimensione ristretta del paesello gli concedeva parte del tempo pomeridiano per dedicarsi allo svolgimento dei compiti e, dopo essersi fermato alla casa della prozia Gloria (che chiamava zia) per giocare con la tartaruga, correre a raggiungere i compagnucci preferiti per poi tornare fra loro dopo cena. Naturalmente nelle soste i ragazzi si scambiavano confidenze: una volta il protagonista di questo raccontino chiese ad Eliseo (nome convenzionale) perché fosse sempre malinconico e perché non partecipasse cameratescamente a tutti i giochi, perché non fosse assiduo sia a scuola che nei pomeriggi spensierati. L’altro, passandosi una mano sul viso, rispose incupito che il padre lo impegnava nel lavoro dei campi, pure nello svolgimento di attività pesanti.

Forse era passato un anno e mezzo. I piccoli andavano a sciare con tavolette sui campi coltivati ma coperti dal manto nevoso. Non si vide mai Eliseo, ma non meravigliò la sua assenza perché lui non sapeva e non amava sciare. I bimbi trascorsero le festività natalizie nel consueto fervore gioioso, negli svaghi delle tombolate, con la degustazione del sanguinaccio e della polenta con i fagioli e le salsicce; il giorno più atteso fu quello della Befana, e purtroppo riemerse l’antipatico discorso delle disparità di trattamento: nella casa del “figlio della maestra” la vecchierella con la scopa e la gerla trovò un caminetto accogliente e quindi nella cappa ebbe lo spazio per calare un bel triciclo, mentre nelle cappe dei camini dei compagni riuscì a ficcare, in mezzo a tanta fuliggine, solo una ruvida calza, per cui i figli dei contadini si dovettero accontentare di caramelle e fichi secchi sporchi di fuliggine.

La primavera si annunciò con i primi tepori e con la fioritura delle prime viole, si risvegliò la vita con il brusìo delle strade mentre la neve si scioglieva sulla montagna e il rivo mugugnava. I campi si ripopolarono. Una sera si sparse in giro la voce che Eliseo si era gettato sotto il treno. Aveva scelto il punto più distante dal paese, l’imbocco della galleria di Goriano. Gli amici corsero sul posto maledetto, ma furono allontanati dai “grandi”: il “figlio della maesra” ebbe appena il tempo di vedere da lontano un manovale mentre usciva dal tunnel reggendo con la mano sinistra un secchio e con la destra un ricciolo da cui pendeva la testa del piccolo suicida tranciata al collo dalle ruote del convoglio; poi il ferroviere depose il capo riccioluto nel recipiente e la figura dell’amichetto si dissolse.
Era un altro mondo, ragazzi. Anche i grandi si accontentavano di poco, solo il lavoro dei campi e noi adolescenti seguimmo il loro esempio: non cercammo giochi ricercati e quando, superate le elementari, dovemmo andare in città per continuare gli studi, andammo a prendere il treno alla stazione pure quando si accumulò tanta neve (interrompemmo un anno per la guerra e poi lo riguadagnammo da privatisti: allora il Ministro aveva pensato al nostro futuro).

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