Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#18 - 15/12/2020

Cristianesimo e Monachesimo a Cocullo
(San Marco)

Il Cristianesimo si era affermato riuscendo a soffocare la “pax romana” con la sovversione di un impero, che aveva imposto la pace simboleggiata dal pollice verso dell’imperatore sugli schiavi sacrificati ai loro svaghi, e schiudendo un orizzonte di vera pace alle plebi smarrite. In una terra travagliata da povertà, guerre, invasioni, non poteva non essere accolta con sollievo una religione che fondava i suoi valori sulla pace, sulla consapevole libertà e quindi sul rispetto reciproco, su un’ordinata uguaglianza: i primi ad accoglierla e ad importarla furono coloro che avevano assistito ai sermoni dei primi evangelizzatori e addirittura dei pochi seguaci dei discepoli degli apostoli. A tempi immediatamente successivi risalgono le testimonianze archeologiche, cioè le catacombe del IV secolo ed anche del III. I primi adepti operarono fra tante difficoltà (non era ancora stato emanato l’Editto di tolleranza verso i Cristiani); tuttavia non tutti furono martirizzati.
Dopo l’emanazione di quell’Editto da parte di Costantino e Licinio (313) la missione dei neo-evangelizzatori fu più facile ed ancora di più lo divenne con l’avvento di Teodosio (il quale quasi settant’anni dopo rese il Cristianesimo religione di Stato). Ma già da prima il Cristianesimo era dilagato (e molto presto) verso le nostre terre, indubbiamente per la vicinanza con il confinante Lazio, in particolare tra la Maiella e il Gran Sasso. L’espansione fu rallentata dalle varie invasioni e la prima presenza monacale in Abruzzo era stata quella dell'Ordine benedettino dell'Abbazia di Montecassaino, la quale aveva numerosi feudi e si divideva molte terre al confine della Marsica con l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno. Ma già dopo il predominio longobardo il Monastero di Montecassino era divenuto un faro di civiltà e piano piano soppiantò i vicini confratelli benedettini del pur potente Monastero di San Vincenzo al Volturno.
Almeno fino al 476 la Valle Peligna e la Marsica furono travagliate da una lunga crisi: carestie, terremoti, calamità di vario genere. Per esempio la fatale incuria sui cunicoli del Fucino, imposti dalla necessità di evitare le turbolenze del lago, causò l’ostruzione dell'emissario creando una zona paludosa e malsana che senz’altro provocò spostamenti demografici verso i monti vicini.
Il monachesimo benedettino già aveva preso piede sin dal sec.VIII attraversando la valle di Sora fino alla Marsica e nelle valli del Fucino; poi, attorno al 1100, il pontefice Pasquale II lasciò disegnare al vescovo di Sora i confini della sua Diocesi. Qualche decennio dopo, nel 1143, gli eredi di Ruggero I re di Sicilia diverranno i nuovi padroni dell'Italia meridionale dalla Marsica in giù, stabilendo amicizia con i Berardi di Celano.
Riepilogando, gli evangelisti avevano lanciato il segnale: i primi tre (Matteo, Marco e Luca) raccontando alcuni episodi della vita di Gesù, il quarto (Giovanni) “dando anima” a quegli scarni racconti. In Abruzzo tra i primi a raccoglierlo furono i Benedettini (la cui Regola fu poi seguita dagli Spirituali, cioè i Celestini) e dai Francescani. Da uno di questi ultimi, San Bernardino da Siena morto a L’Aquila, sarà poi inventato nel ‘400 il trigramma, simbolo dell’umiltà impersonata dal fondatore del suo Ordine. In verità le prerogative del Santo assisiate furono comuni pure a San Benedetto e a San Celestino; anzi il primo introdusse la formula dell’ “Ora et labora” perché i suoi seguaci non vivessero con la carità, ma la facessero; il secondo, una volta divenuto papa, approvò l’Ordine dei poveri eremiti di San Francesco, mentre i suoi adepti, a Cocullo vicinissimo all’Abbazia di Santo Spirito, si fusero con gli Antoniani ed eressero un ospizio per ospitare i passanti e per assistere i poveri e gli ammalati.

Ma, a parte gli eremiti come Sant’Equizio o San Domenico, torniamo alle origini, a chi per primo presuntivamente divulgò il Cristianesimo sistematicamente e lo rappresentò pure nella Marsica (e nelle sue contee), al vescovo di Atina nonché Patrono dei Casali di Cocullo. Seguiamo le versioni (molto attendibili) delle Diocesi dei Marsi e ciociare, suffragate peraltro da un autorevole cronista nella Cronaca del Monastero di Montecassino, Pietro Diacono (Vedi nota 1, in fondo al testo). Aggiunse nel 1848 mons. D’Alessandro, canonico della cattedrale dei Marsi, sull’ “Enciclopedia dell’Ecclesiaste”: il Cristianesimo giunse da queste parti con la predicazione di San Marco il Galileo o di Atina, il quale portò il messaggio evangelico anche nell’antica Contea dei Marsi (la quale poi avrebbe compreso varie diocesi religiose fra cui quella di Valva)… Il Vangelo fu predicato ai Marsi da San Marco Galileo, battezzato e consacrato Vescovo di Sora e di Atina da San Pietro. San Marco deve essere considerato nostro vescovo, se in quegli anni in cui non erano conosciuti i confini della Diocesi, la religione marsicana fosse unita con quella di Atina per le funzioni dello spirito…

San Marco il Galileo visse nel I secolo e fu martirizzato ad Atina sotto Domiziano. La Chiesa ricorda San Marco il 28 aprile ed il Casale tre giorni prima; ad Atina, di cui è Patrono, è celebrato il 1° ottobre); da San Pietro fu battezzato e ordinato vescovo della cittadina ciociara, che fino al XII secolo ebbe lo stato “nullius diocesis” (= “di nessuna diocesi”, cioè sede di prelatura o abbazia non soggetta a diocesi, ma con poteri uguali a quella) pur facendo capo all’abbazia di Montecassino. Va notato che da quest’abbazia verranno i frati cassinesi che dimoravano nella grangia casalana i quali, secondo monsignor Antinori (2) spostarono le reliquie di San Domenico a Cocullo, precisamente dal Casale, frazione del nostro territorio, cioè da un agglomerato ad un altro della stessa zona. Mons. Silanis, vescovo della Diocesi a cui apparteneva Cocullo, nella visita pastorale del ‘356 comprese nell’elenco delle chiese locali pure quella di San Pietro, il cui “curato” (Benedetto di San Pietro), come risulta dalla relazione, avrebbe “portato reliquie”. Il “curato” era un frate della grangia? Ancora, San Marco è (o era?), come mi dice un vecchio casalano, ricordato al Casale con l’attributo “Evangelista” perché tale era. Mi pare di aver già scritto che il Santo è celebrato nella attuale frazione Casali di Cocullo (3), che a quel tempo doveva essere inglobata nell’abitato di questo paese. Il Patrono aveva due nomi ed uno di essi era Giovanni (4). Il succo di questo lo scrissi nel lavoro “Santa Maria in Campo”: … già nel XIII secolo, prima che il titolo cambiasse in quello di Santa Maria in Campo, la Rettoria Curata di San Giovanni in Campo (Sella, Antinori) apparteneva a San Marco: da cui “San Giovanni in Campo. E’ noto che in quel tempo tra i Giudei, lo stesso uomo poteva portare due nomi: uno indigeno (5), l’altro preso dal mondo greco-romano; Giovanni è un nome ebraico: Marco è un nome romano che l’Oriente aveva grecizzato (Marcos). Al di fuori degli Atti degli Apostoli, il nome Marco è l’unico che sia dato ad un evangelista. Perché? Esso lo distingueva meglio che il nome di Giovanni, allora molto diffuso tra i Giudei” (Enciclopedia Cristologica, Ed. Paoline, Alba 1960, pag. 160). (6)
Solo a titolo di cronaca rilevo l’analogia che accomunerebbe San Marco al leggendario martire Patras: anche lui avrebbe seguito l’esortazione di Paolo per divulgare in Abruzzo ecc.

L’artefice del primo movimento monacale organizzato era stato San Benedetto da Norcia, nel cui Ordine più tardi confluirono altri Ordini, e fra questi la Congregazione di San Celestino, che in un primo tempo egli chiamò degli Spirituali. Il 22 gennaio 1259 i “massari” (sindaci) sulmonesi donarono un grosso appezzamento di terreno sotto il Morrone (Segezzano di Sulmona), perché costruissero l’Abbazia poi chiamata di Santo Spirito , a tre eremiti della Maiella (fra questi Celestino e Giovanni).
Quando ero piccolo i vecchi raccontavano di un religioso di nome Giovanni che in tempi molto lontani sarebbe vissuto a Cocullo (aggiungevano che questo monaco era andato in Palestina ed aveva riportato di lì tre immagini del Bambino Gesù: una per Cocullo , una per la chiesa romana dell’Ara Coeli e la terza per una chiesa di Lama dei Peligni , dove oggi c’è un convento degli Antoniani di S. Antonio Viennese. Di più, un celestino cocullese di questo nome (Febonio), secondo i cronisti, partecipò alla scelta dell’Abate nel 1288 e poi Tommaso dispose come esecutore testamentario fra gli altri l’Abate pro tempore di Santo Spirito” : “Giovanni de Tucolio fù di nuovo eletto Abbate l’anno 1298 perché si trova questo medesimo esser’ Padre Abbate il giorno settimo d’Agosto 1300 uno degli esecutori del testamento di Tomasso Prete Cardinale di Santa Cecilia… Dalche si raccoglie che il detto Giovanni prorogò il suo governo fin’ a sei anni cioè fino all’anno 1301”. “…fu eletto e fatto successore, il quale nel 1297 ottenne la confermazione dell’Ordine dal medesimo Bonifacio”. “… Il medesimo Abbate Giovanni de Tutulio governò molti anni, sì come notaremo conseguentemente cioè più di tré, anzi per sei anni”.

Pietro del Morrone, anche se favorito (“voluto”) dal francese Filippo il Bello per trovare un concorrente a Bonifacio VIII, diverrà papa nel 1294 nell’aquilana Basilica di Collemaggio. Sin da monaco aveva esibito le sue caratteristiche pauperistiche e penitenziali, aveva sfruttò gli accorgimenti e le iniziative dei Cluniacensi, aveva studiato i problemi della religiosità del popolo a costo di sfiorare l’eresia, intitolando molte chiese allo Spirito Santo. Aveva fondato ai piedi della Maiella la Casa madre della sua Congregazione, e, abbracciando la Regola Benedettina di cui la sua ”frateria” poi fu un ramo, esortò i suoi frati a lavorare anche per il sostentamento dei poveri: incrementò l’agricoltura e l’arte della lana, estendendo pure così la sua influenza nei paesi vicini, per cui i Benedettini-Antoniani costruiranno il nostro “spitale” su un terreno fertilizzato dall’ esortazione benedettina ribadita da quella celestina. L’amicizia con gli Angioini, poi, influenzò fortemente il monachesimo meridionale a cominciare dalla Marsica, mentre nella francese Vienne nasceva il movimento antoniano.

Cento anni prima i Benedettini-Antoniani erano stati preceduti dall’instancabile predicazione francescana: pure il Santo di Assisi fu vicino ai conti di Celano e pare che sia andato a S. Benedetto, sede della Cattedrale dei Marsi, e successivamente dalla capitale della contea a Gagliano Aterno per trovare il conte Tommaso: in genere i nobili di quella dinastia furono filofrancesi (i loro feudi dipesero da re Normanni e poi Angioini).
Se San Francesco venne più volte in Abruzzo (noto il miracolo operato al cavaliere di Celano e tramandato da San Bonaventura) e predicò in modo capillare dovunque: come non pensare ad una tappa cocullese?
La frequentazione francescana può essere confermata dal trigramma, scolpito su un architrave, rinvenuto dopo il terremoto del 2009 fra le macerie di quello che fu il castello dei Berardi-Ruggeri (restaurato nel 1585 dai Piccolomini). Quel simbolo fu inventato da San Bernardino da Siena pochi secoli dopo la morte del fondatore del suo Ordine. San Bernardino morì all’Aquila e fu amico di San Giovanni di Capestrano, a sua volta amico di Lionello Acclozamora marito dell’ultima contessa Ruggeri di Celano. Questa nobildonna fece poi predisporre un’adeguata biblioteca ove accogliere i libri del Santo quando esso morì.
Infine potremmo notare che pure il Santo assisiate predicò e praticò la carità: questa fu la principale caratteristica simboleggiata nello spitale antoniano.

Note
(1) P Pietro Diacono nel 1115 fu oblato al monastero di Montecassino e a 21 anni d’età scrisse la passione del beatissimo martire Marco … Descrisse anche la distruzione e la ricostruzione della città di Atina e l’invenzione del corpo del beato martire Marco;… inoltre 8 sermoni per la festa del beato Marco… (Da “Cronaca monastero cassinese”, Ed. Ciolfi, Cassino 2016- pag. 649)
(2) Il colto prelato, storico e corrispondente epistolare del Muratori, sosteneva tre secoli fa, che le reliquie furono poi portate a Cocullo alla fine del ‘300, cioè in data posteriore alla metà dello stesso secolo, data che coincide con la costruzione della chiesa di Sant’Amico.
(3) A Cocullo, capoluogo del Casale, nel giorno di San Domenico affluiscono numerosi i pellegrini di Atina.
(4) [Pietro] “Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria (una donna pia già convertita), madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte a preghiera” (Atti degli Apostoli).
(5) N.d.A.-Cioè ebreo.
(6) Clemente Alessandrino, considerato santo dagli Ortodossi e Padre della Chiesa, nato fra il 145 e il 160 e morto nel 250 circa, specificò: “Giovanni, vedendo che nei vangeli degli altri erano narrate piuttosto le cose che riguardano la parte umana di Cristo, per impulso divino, a richiesta dei suoi discepoli, ultimo di tutti, scrive un vangelo spirituale”.

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