Pensieri in Libertà di un Ottuagenario

di Nino Chiocchio

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#16 - 01/12/2020
Capitan Valentino e Diego

Capitan Valentino e Diego

E i morti del ‘946 a Superga dove li metti? Mazzola, Gabetto, Ballarin, ecc. entusiasmavano gli anni del Liceo perché quelli primeggiarono nello sport e perché indossarono quasi sempre la maglia azzurra degli Italiani (io facevo “tifo” per un’altra squadra ma li ammiravo): dove li metti? Già è finito quel mondo? Senz’altro Maradona è stato un grandissimo calciatore, ma, paragonato a quei suoi colleghi sul piano umano, è stato a dir poco una nullità. E’ vero: onore ai morti! Comunque essi siano morti perché allora diventano tutti bravi e buoni. E aggiungo che il motivo che mi ha spinto a scrivere queste note è stato suggerito dal rilievo (a mio parere eccessivo) che la televisione nazionale, per vari giorni e nell’imperversare delle turbolenze politiche dentro il paiolo del corona virus, ha dedicato alla morte del calciatore: addirittura nel giorno della scomparsa di Maradona la notizia ha occupato quasi tutto il tg sin dall’inizio. Se fosse morto il Papa alla “notiziola” sarebbe stato dedicato uno spazio inferiore per concludere che “sic transit gloria mundi”… Il classico vaso, poi, lo ha fatto traboccare una trasmissione tv, incentrata sulla persona del povero giocatore, intitolata “genio e sregolatezza”; non si tratta del titolo di un film. Il sostantivo “genio”, è vero, per estensione e per metafora si può applicare anche ad esseri talentuosi, molto più versatili, magari eccezionali, rispetto ad altri che svolgono la loro attività: è il caso di Maradona. Condivido in pieno quindi lo stelloncino-ricordo che il Direttore di questa Rivista ha dedicato al fuoriclasse argentino perché calciatori come Diego segnano più di una stagione sportiva. Però, attenzione, in un tempo di miseria lessicale (e grammaticale) come quello che stiamo attraversando l’uso facile della parola “genio”, senza specificazioni, può generare un equivoco nei lettori superficiali e specialmente nei giovani, ai quali si insegna che quell’attributo spetta ad una personalità che eccelle almeno in varie discipline, dalle scienze alle arti alla letteratura, come Leonardo o Michelangelo. Questi nomi si portano ad esempio a scuola per indicare il genio. Penso che ancora si spieghino, però, gli usi estensivi o metaforici di questo termine, i quali non implicano il conferimento dell’alloro. Perfino gli inventori e gli scienziati illustri si devono accontentare del “Nobel”.

Il 5 maggio 1949 fu una giornata nera in tutti i sensi, funesta: l’aereo che riportava da Lisbona a casa la gloriosa squadra di calcio del Torino, avvolto nella nebbia, si schiantò contro la collina di Superga: morirono tutti, anche gli accompagnatori e l’equipaggio. La sciagura ebbe risonanza in tutto il mondo, grande sconforto nell’area sportiva e un immenso dolore in quasi tutti i tifosi per la perdita di una fra le più forti compagini in campo internazionale: Bacigalupo, Aldo Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Casigliano, Menti, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola, Ossola (nell’ultima partita, quella di Lisbona, il titolare Maroso era presente ma non giocò): scomparvero tutti, straziati, lacerati; morirono con loro pure le riserve e gli altri. Tutti. La disgrazia suscitò compianto e pietà; nei tecnici pure sconcerto perché i dieci undicesimi (a volte i nove undicesimi quando nella “rosa” si fece posto a fuoriclasse juventini quali Sentimenti IV, Boniperti o Parola) componevano la quasi imbattibile squadra nazionale. Eppure (se non mi è sfuggito) i telegiornali hanno esaltato le imprese del “Pibe de oro” senza accomunarle a quelle degli sfortunati atleti di Superga, a meno che non si sia ritenuto opportuno di stabilire anche un inevitabile paragone fra la vita sregolata del primo e la dirittura di quei ragazzi. Eppure credo che, se per miracolo fosse scampato rimanendo magari con un braccio e senza gambe, il pilota non sarebbe stato indagato per omicidio plurimo colposo perché in fase di atterraggio (oramai l’aereo plano era arrivato a destinazione!) non aveva previsto l’infittirsi della nebbia proprio davanti a quella maledetta collina.
Scusami, Diego: sei stato un grandissimo calciatore.

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