Pensieri in Libertà

di Nino Chiocchio

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#5 - 06/10/2020
Autore: Nino Chiocchio

L'antico ratto delle Sabine e i paesi moderni

In tempi pre-mitologici il maschio e la femmina persero le sembianze e gli attributi animaleschi, ma non quelli radicati nella struttura originaria. All’inizio brucarono l’erba sui prati, ma ben presto si accorsero che la posizione eretta non impediva di poter brucare, ed anche più comodamente e sofisticatamente, magari dopo essersi riposati, ricorrendo all’”eterno femminino”. Quando poi essi ebbero bisogno di difendersi dalle prime calamità “raffinarono” la natura umana avvertendo l’esigenza di cercare protezione ad un’entità soprannaturale: e, avendo idee confuse ed essendo sempre ossessionati dal piacere carnale, i maschi invocarono la Gran Madre. Questa poi avrebbe avuto numerose filiazioni, in prevalenza contraddistinte dal sesso femminile (Proserpina, dea della fertilità, Venere della bellezza, Angizia, incantatrice, ecc.), fino a quando l’uomo si accorse che i muscoli si potevano sfruttare pure con l’energia delle braccia per lavorare la terra affrontando anche ostacoli pesanti: il modello, sempre in una ricostruzione non troppo fantastica, fu Eracle, l’Ercole curino e poi romano. E allora la femmina, accortasi che non esercitava i muscoli come il maschio, cadde in depressione. Su questo ceppo fiorì la leggenda seguente: alcuni pastori si erano insediati sul Palatino con le loro pecore e, sentendo essi la mancanza del …prato fertile, organizzarono il famoso “ratto delle Sabine”.
(Lupa che allatta i gemelli, ecc. Scrive Pietro Diacono nel prologo alla continuazione della Cronaca Cassinese di Leone Marsicano: Una volta i professori delle antiche vecchie storie, a dimostrazione dell’ingegno della loro sapienza, non cessavano di ricostruire gli accadimenti dell’impero romano, sia favorevoli che non, per indagare quali fossero stati, di che importanza, di che genere. Nel racconto di quei fatti desideravano affinare lo stilo del loro ingegno e limarlo in ogni modo e mostravano con riluttanza agli imperatori, attraverso le storie tanto amate i fiori del loro magistero, e c’era in essi il massimo impegno e un’immensa acutezza d’ingegno perché non si disperdesse nella totalità quello che era stato compiuto in una parte limitata. E quelli, bramosi di una gloria effimera e di favore e accecati da un fasto vuoto, si davano da fare per propagare in lungo e in largo per tutto l’orbe terrestre la gloria peritura della loro eccellenza… E ancora: Quelli infatti scrissero per acquistare una gloria peritura, transitoria, di un momento, pronta a crollare… Esercitazioni o metafore? Pietro ha ragione: forse si trattava di rielaborazioni fantastiche di vecchi racconti).

Queste (cioè le Sabine) sarebbero servite a cicatrizzare quella che sarebbe diventata una insanabile ferita dei romani: l’espansionismo. Alla bravata il sabino Tito Tazio reagì con la sua gente; ma poi si mise d’accordo con Romoletto, e le sue donne fecero pappa e ciccia con gli aggressori. Bisogna credere a questo racconto? Ho sempre detto e scritto che molte leggende hanno un fondo di verità; forse anche questa se si resta nella metafora. Ma così come è stata tramandata dagli storici e come l’abbiamo letta sui testi scolastici mi sembra grossa. Penso che i pastori del Palatino, lasciati la zappa e l’aratro e scesi dal colle per riposare, pian piano furono terrorizzati da “quella” astinenza e cercarono rifugio al riparo dell’usbergo della Gran Madre, sperando di trovarlo nelle vicine e prosperose sabine.

Ora trasformiamo la leggenda applicandola ad una realtà che attualmente assilla i veri Cocullesi e tanti abitanti di paesi che si trovano immersi nei guai press’a poco analoghi, specie se quelli non hanno più voglia di vivere: si organizzi una specie di “ratto”, questa volta di maschi, femmine e bambini! Si tratta di rivitalizzare il paese spopolato e moribondo. In verità il futuro di moltissimi paesi di montagna è tutt’altro che roseo. L’urbanesimo e l’emigrazione, favoriti dallo sviluppo delle infrastrutture e dei trasporti nonché dagli agi e dall’occupazione che offre la città dopo l’infelice annientamento dell’economia agricolo-pastorale, creano negli emigranti (che spesso sono i cittadini più intraprendenti ed hanno sprecato energie altrove) interessi che non possono più avere in un paese che vivacchia, e che li lega ad una nuova realtà.

Cocullo. Per scongiurarne la fine che incombe, ormai resta un solo rimedio: un “ratto”, che nel caso specifico consisterebbe nell’attirare l’attenzione di forestieri, maschi e femmine e bambini, a cui piacesse vivere in montagna (900 metri sul livello del mare), dov’è possibile godere un bel paesaggio (malgrado lo squarcio del “pasticcio arborifero” e il solco dell’alveo del rivo seccato) e che è servito dalle comunicazioni: un piccolo paese che è famoso in tutto il mondo per la festa di San Domenico, del quale Patrono (uno dei primi riformatori benedettini della Chiesa del Mille) aspettiamo ancora il restauro del santuario danneggiato nel sisma del 2009. Ecco, servirebbe un rincalzo umano per due motivi essenziali: rimuovere l’abulia dei pochi abitanti rimasti, se necessario e possibile sostituendone alcuni o sostenendo l’amministrazione, e ripopolare il paese. Perché ciò avvenga si dovrebbero immediatamente appaltare i lavori per il restauro della chiesa (la pratica è definita, ma giace), restituire decoro a “quella” parte del paesaggio e ripulire tutto l’abitato; allettare quindi gli aspiranti Cocullesi offrendo loro ospitalità anche economica (disponibilità di siti, esenzione totale o parziale nel pagamento delle tasse per la ricostruzione o per la ristrutturazione). Alla soluzione del problema relativo al restauro basterebbe un po’ di buona volontà. Certo, il discorso cambia per le altre urgenze; ma se si pone seriamente, il problema prima o poi si risolve: una lode all’amministrazione che lo porrà, se lo porrà. Cerchiamo di rimediare ai disastri, forse causati dal brusco passaggio da una forma di economia ad un’altra, dovuti all’emigrazione ed allo sbandamento delle amministrazioni succedutesi dal dopoguerra, le quali, a differenza di altri paesi, non hanno percepito lo sviluppo derivante dallo sfruttamento delle risorse naturali. Se ci si provasse? La volontà del primo cittadino non sembra essere scarsa (vedi l’iniziativa che tratterò nella “Videosorveglianza”); però egli ha bisogno di consiglieri leali e volenterosi e, diciamolo, soprattutto della collaborazione dei pochi amministrati. Così come stanno le cose occorre …il ratto delle Sabine!

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