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di Andrea Iannamorelli

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#94 - 03/10/2022

E così l'Abruzzo ha eletto il possibile Presidente del Consiglio

Lunedì scorso, a risultati elettorali acquisiti, vedendo le percentuali dei voti raccolti dalle liste in competizione alle politiche di domenica, la domanda retorica che mi son fatto è stata: “Ma allora Draghi non lo voleva la stragrande maggioranza del Paese!?”.
Sinceramente io per primo non l’avevo capito. (Basta rileggere quello che ho scritto). Francamente nemmeno in Europa e nel mondo ritengo che il distacco tra pubblica opinione italiana ed “il miglior uomo di Governo in carica” (con l’esplicito riconoscimento conferitogli dall’ONU in questi giorni) fosse stato percepito.
C’è poco o niente da aggiungere: l’Italia che ha mandato a casa Draghi (5Stelle, FdI, Lega, FI) ha raccolto nelle urne consensi impensabili e la Destra, interpretata in maniera smagliante da Giorgia Meloni è la leader (momentanea) di quest’aggregazione di forze e di volontà popolare. Dall’Europa Orban, Marine Le Pen e gli altri “sovranisti”, più o meno dichiarati, inneggiano ad un risultato insperato e sinceramente “storico”; passare, come ha dimostrato Meloni, in quattro anni, dal 4 al 26% dei consensi, non è stato un gioco facile.
Si aspettava, certamente, una possibile debacle del Centro-Sinistra (soprattutto dopo gli “errori” commessi dal PD in fase di costituzione delle alleanze ed il basso livello di organizzazione territoriale di cui oramai soffre, non da oggi, quanto meno dalla gestione Renzi). Ma si conoscevano anche le difficoltà di Berlusconi (acuite dalle recenti “fuori-uscite” di Gelmini, Carfagna e Brunetta) e di Salvini con tutte le sue contraddizioni e “confusioni” di idee. Tuttavia, la forza d’urto dell’opposizione al Governo espressa da Fratelli d’Italia, sostenuta per ragioni profondamente diverse da Giuseppe Conte e di quel che è rimasto (dopo l’uscita di Di Maio) dei 5Stelle, hanno fatto il boom dell’Italia dell’opposizione, più o meno silenziosa, al prof. Draghi.

Ora si dirà (gli osservatori raffinati diranno) che la sostanziale mancanza di leadership, in Italia, da anni genera fenomeni di “entusiasmo” e di “gigantismo” politico del tipo di quello che oggi vede Meloni come protagonista. Non sarebbe FdI, insieme ai suoi alleati, il primo raggruppamento che, inaspettatamente, si ritrova a superare il 40% dei consensi; tranne, poi, in una successiva competizione elettorale, a registrare la liquefazione di quersti consensi.
(È accaduto con Renzi, con i Cinque Stelle e con Salvini!). Di qui la nota e tormentata “instabilità” politica nazionale, quella che “ci” rende “inaffidabili” a livello internazionale. Ma il risultato raggiunto da Meloni, francamente, è stato più difficile. Non fosse altro perché costei rappresenta l’evoluzione dell’epocale “svolta” di Alleanza Nazionale a Fiuggi, nel 1995 che produsse terremoti storici all’interno del Movimento Sociale di Almirante e Rauti. Non senza motivo le era stato chiesto di cancellare la fiamma dal simbolo di FdI, ma lei ha anche motivato culturalmente le ragioni del diniego! (Qui, mi sia consentito, non voglio entrare nel merito!).

Ora, comunque, la realtà politica che vien fuori dall’elezioni del 25 settembre scorso è questa: e con questa dobbiamo fare i conti, direi approfittando del fatto che Giorgia Meloni è eletta dall’uninominale del collegio L’Aquila-Teramo e che il risultato registrato in Abruzzo, segnatamente da L’Aquila, per FdI, è stato particolarmente significativo.
E noi Abruzzesi, di problemi che aspettano di essere risolti, ne abbiamo tantissimi, specie in queste nostre “zone interne”, specie tra queste montagne che aspettano interventi forti e “rivoluzionari” soprattutto in materia di formazione, sanità pubblica (soprattutto la medicina territoriale), infrastrutture. E ora che le risorse finanziarie sono disponibili, gli interessi politici ed economici generali giustificati e indotti, la classe politica responsabile delle scelte presente, potremmo legittimamente aspettarci “buone nuove”. (I Sindaci dei nostri paesi controllino, Sono avvertiti. Stiano attenti)
È stato evidente, dall’esito elettorale, soprattutto del Sud, che Conte ha promesso a mani basse, “reddito di cittadinanza” e “salario minimo”. (E il messaggio ha funzionato. Chi avrebbe scommesso su certe percentuali di consenso raccolte anche in Abruzzo?!). Ma che a nessuno nel prossimo Governo, venga in mente di chiedere di utilizzare i fondi del Pnrr per “mantenere” questi impegni! L’UE ce li contesterebbe; e rischieremmo di far fare ai fondi già assegnati e a quelli che dovranno ancora essere erogati, la fine che già registrano in Ungheria.
Non scherziamo! Il Pnrr, come tutta la Destra ha detto in campagna elettorale, può essere riflettuto e, ove possibile, ripensato. Ma non estorto, per impieghi impropri e soprattutto “improduttivi”. Di aiuti, persone ed imprese, hanno assoluto bisogno, in questo momento, in Italia. Noi in particolare; ma questi debbono avere una prospettiva di ripresa di crescita e di sviluppo. Dovranno essere produttivi.
E questo mi sembra che Meloni lo sappia. Per lo meno vogliamo augurarcelo.

Certo, dalle settimane prossime di problemi la Presidente del Consiglio ne avrà tantissimi. Auguriamoci anche, allora, che non si faccia travolgere dalle difficoltà interne alla coalizione, Ove Salvini, che ha raccolto meno consensi di Berlusconi sbraccia (come suo solito) e pensa che “chiedere la luna” sia un modo per difendersi: (non sarebbe il primo scherzo del suo modo di far politica. Conte lo sa benissimo. Ma questi non sono già più, forse, i tempi del “Papete”). Berlusconi avrà un bel da fare ad accreditare (come dicono che abbia pensato in piena estate) presso il PPE la possibile futura Presidente. Non sarà facile, considerato che non è arrivato a raccogliere nemmeno l’8%
In altre parole il quadro politico, nonostante la teorica autosufficiente maggioranza, è e resta quel che conosciamo e per il futuro, invece di “imbarcarsi” in una “difficoltosa” riforma costituzionale per trasformare (in omaggio a quello che si scriverà sui libri di storia) questa Repubblica da parlamentare in semi-presidenziale, forse è il caso (con il consenso parlamentare più ampio possibile, come dice Nordio) di spendere energie per rimetter mano ad una legge elettorale meno difficoltosa della presente che da quando fu fatta si disse “indecente” che porta a votare gli Italiani, che ci vanno (sempre di meno, per le politiche generali) a non sapere per chi si vota, soprattutto porta, a risultati acquisiti, a metter ansia in chi sembra sia stato eletto, ma poi si vede cancellato e sostituito da un altro, di altro partito e da un collegio lontano!
Una legge elettorale che dia un contributo di stabilità ad un quadro politico che non potendo non essere che di coalizione, proporzionalmente assegni ruoli e voce a chi s’impegna pubblicamente a governare insieme a quelli che si dicono alleati. Stabilendo meccanismi per interdire i passaggi da un raggruppamento ad un altro; fissando regole per sfiduciare governi ovvero utilizzando strumenti (già sperimentati in molti Paesi dell’UE) di “sfiducia costruttiva”.
È questa, appena abbozzata, la mia umile e sommessa opinione, di fronte allo sfacelo della gestione politica di questi anni.
Lo vedete voi, all’orizzonte di quest’Italia, un leader affidabile a capo di un semipresidenzialismo alla francese? Io, sinceramente, no.

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