Parliamo di cose concrete!

di Andrea Iannamorelli

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#61 - 21/06/2021

Che gazzarra sull'ipotesi di riordino della rete ospedaliera regionale!

“… io non parlo più del centro nascite dell’Ospedale S.S. Annunziata di Sulmona! Sono trascorsi, inutilmente (per inadeguati comportamenti locali, provinciali e regionali) dieci anni da quando pensammo lo slogan “voglio nascere a Sulmona”. Non è servito a niente. Ora i problemi sono altri. La questione fondamentale è… essere assistiti adeguatamente in loco (sotto casa, dalle case della salute, possibilmente) fino a quando è possibile. Ed esser trasportati, al bisogno, in uno dei quattro ospedali regionali per gli interventi e le cure necessarie (utilizzando l’ambulanza, l’elicottero, la telemedicina…tutto quello che oggi è possibile).
Il Servizio sanitario costerà di meno, ma i cittadini non correranno rischi! A condizione che i servizi di base siano facilmente utilizzabili e siano polverizzati sul territorio. A mio parere di questo abbiamo bisogno; quest’è la reingegnerizzazione della sanità abruzzese, con un parametro di garanzia di assistenza multidisciplinare (medica/infermieristica/attrezzature medicali) più basso possibile.
Morale: ci vogliono attrezzature, ma soprattutto personale…”.


Questo scrivevo il 24 maggio scorso. Poi sono arrivate le indiscrezioni sulla revisione della rete ospedaliera regionale (echi d’informazione giornalistica, stampata e on-line). Ed il 7 giugno, sull’ipotesi (non meglio precisata) di un DEA di primo livello per l’Annunziata di Sulmona, sulla base delle mie, personali vecchie esperienze, mi sono permesso di porre domande, nel tentativo di dare un contributo alla riflessione collettiva. (Illusione! ...). Nel merito, infatti, i report dell’informazione quotidiana ci ridanno soltanto spezzoni di polemiche e clima da campagna elettorale (cittadina. Insomma, senza dirlo, appare chiaro che il confronto ha, in prospettiva, le amministrative di Sulmona. Posso sbagliarmi, ma ho questa sensazione).

Soltanto l’avv. Catia Puglielli (Il Tribunale del malato) mi sembra colga un aspetto significativo della vicenda, soprattutto quando sottolinea che “cambiare nome nell’ambito della classificazione degli ospedali non fa venire meno le difficoltà che vivono gli operatori sanitari (e gli utenti, aggiungerei io) se non segue una programmazione volta a garantire una completa pianta organica”. E ancora: “Oltre gli intenti politici di ottenere una dichiarazione di primo livello i fatti raccontano che alcuni reparti sono stati accorpati, i primari non vengono nominati oramai da anni in attesa della definizione del nuovo assetto ospedaliero e molti servizi sono stati persi in barba al concetto del potenziamento non tralasciando certamente i diritti acquisiti dall’ultimo piano sanitario che prevedeva un rafforzamento di tutta la medicina territoriale…”.

Ma il dibattito che registriamo in questi giorni su questo argomento, non entra nel merito, come accennavo.
Sembra più centrato nello stabilire “chi va contro chi” e gli interventi danno la sensazione di stabilire quasi una graduatoria di chi ha legittimità di intervento e chi, al contrario, dovrebbe star zitto! Mi auguro di sbagliare.
Non avendo secondi fini da raggiungere, non mi preoccupa di leggere, prima o poi, una “rampogna” da parte di qualcuno che chissà cosa potrebbe attribuire a queste mie riflessioni.
Certo, perché anche io ho “il torto”, fino alla fine degli anni ottanta (nelle specifico della sanità) di essermi occupato, per indiretta volontà popolare, del settore. Negli ultimi anni della “mia” attività pubblica ed istituzionale il Comune di Sulmona mi ha chiesto di occuparmi ancora di welfare (nella Casa Santa dell’Annunziata, la Casa di riposo; e di lì è partito il progetto che, con il concorso della Regione, negli anni ha portato quella struttura ad essere quel che è oggi).
In altre parole: quando dico di concordare con Puglielli la quale sottolinea che più che la classificazione conta la capacità di servizio e di assistenza, lo dico perché so bene di cui hanno bisogno non soltanto i Sulmonesi ma gli Abruzzesi di questo pezzo di territorio; e quando da tempo ragiono sul post-Covid e il SSR che deve esser ristrutturato (anche per effetto degli impegni di investimento assunti con il Pnrr) penso al bisogno di questo pezzo di Abruzzo di un’assistenza territoriale diffusa che soltanto le case della salute potrebbero garantire, ovviamente potendo contare, a loro volta, su un servizio ospedaliero in grado di assicurare interventi terapeutici di primo livello.
Ma tutto questo deve appartenere ad un disegno di riassetto regionale che se c’è è sicuramente a noi sconosciuto. Noi abbiamo contezza soltanto delle difficoltà di confronto a livello di commissione sanità regionale che, quando offre report su quel che accade, ci racconta delle liti tra Scoccia e La Porta, ovvero dei tentativi di riunioni che finiscono prima di incominciare perché c’è scontro tra maggioranza e opposizione (e fin qui è tutto normale) ma anche all’interno della maggioranza (e questo lo si comprende meno. Anzi a proposito: si sa che fine farà Testa?).
Per il resto in città sembra dominare, come dicevo poco sopra, la gara interpretativa sul perché “tizio” parla ed eventualmente “contro chi”. Il comprensorio “tace”, come se la vicenda non lo riguardasse.
Se questo è l’inizio della campagna elettorale d’autunno, mi sembra un “bruttissimo” inizio.

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